Dow Jones Report 15 marzo 2010
Osservatorio Materie prime Dow Jones/15 marzo 2010/Metalli di base.
by Gianclaudio Torlizzi
Minerale di ferro/ Macquarie, contratto benchmark atteso in rialzo, più vicino a prezzi spot
E’ molto probabile che, nell’arco dei prossimi dodici mesi, i prezzi dei contratti a lungo termine del minerale di ferro si avvicineranno sempre di più ai prezzi spot di mercato. Parola di Macquarie che, in una sua analisi, fa riferimento a come i negoziati tra i fornitori della risorsa e le acciaierie si stanno evolvendo. Indicativo è il caso del colosso minerario Vale che, secondo le fonti, sta chiedendo ai produttori brasiliani di accettare un aumento dei prezzi pari all’80%: il gruppo, in particolare, starebbe proponendo un incremento dei prezzi pari al 40% a marzo, seguito da un ulteriore aumento del 40% ad aprile. Per la banca, esiste ovviamente la possibilità che tali richieste vengano in qualche modo corrette, ma l’impressione è che i fornitori siano sempre più orientati a favore di un prezzo che rifletta la performance del mercato spot, attraverso aggiustamenti effettuati su base trimestrale. Per questo, secondo Macquarie, i prezzi benchmark finali si attesteranno a un valore molto più alto rispetto alle stime precedenti. Se la realtà confermerà l’outlook dell’istituto, le conseguenze sul mercato dell’acciaio saranno notevoli: stando a quanto avvertono alcune fonti di Posco, anche le acciaierie potrebbero trovarsi costrette, infatti, a rivedere su base trimestrale (se non addirittura mensile) i prezzi che impongono ai loro clienti e il risultato sarebbe che il sistema tradizionale a cui si è fatto ricorso fino a questo momento – volto alla fissazione di prezzi benchmark su base annua – perderebbe sempre più di importanza.
Al momento, i buyer si mostrano però scettici sull’efficacia di una tale trasformazione nel sistema dei prezzi: il timore, infatti, è che l’introduzione di contratti ibridi o conclusi su base trimestrale, si traduca in aumenti dei prezzi del minerale di ferro, in un momento in cui il settore dell’acciaio presenta ancora qualche incertezza, legata a una ripresa dell’economia globale non proprio convincente. In più, spiegano i buyer, i costi per la produzione di acciaio rischiano di salire fino a 170 USD/t per le regioni che importano i materiali: l’interrogativo, di conseguenza è sulla capacità delle acciaierie di trasferire interamente gli incrementi dei costi sui prezzi che impongono ai clienti. Un altro dubbio, che Macquarie definisce “legittimo”, chiama in causa poi la Cina: visto che i prezzi spot sono basati quasi esclusivamente sulle vendite cinesi, la paura è che l’intera industria globale dell’acciaio finisca con il diventare ostaggio del paese. Stando a Macquarie il cambiamento cui il settore dell’acciaio rischia di essere travolto imporrà ai produttori di guardare con occhi diversi l’utilizzo dei contratti sulle billette quotate all’LME. “Questo nuovo regime dei prezzi è possibile che spinga i produttori a utilizzare strumenti di copertura finanziaria che fino a oggi hanno sempre ostacolato”, spiega la banca d’affari. “Non vi alcun dubbio che i produttori di acciaio dovranno iniziare a prendere in considerazione operazioni hedging: attualmente il potenziale è molto alto se pensiamo che il valore del mercato mondiale dell’acciaio è pari a quello del mercato petrolifero”, aggiunge un broker londinese. Detto questo, gli analisti di Goldman Sachs JBWere si interrogano sulle ragioni che portano i produttori del minerale di ferro a tentennare ancora nelle loro proposte di aumenti dei prezzi; l’istituto calcola infatti che Bhp Billiton, Rio Tinto e Fortescue Metals rischiano di perdere 20 miliardi di dollari l’anno circa in termini di vendite, in caso di mancata applicazione del prezzo spot. “Non riusciamo a capire come mai i produttori non cerchino di ottenere in modo urgente un prezzo di mercato – affermano gli analisti – Nessuna di queste società sta ottenendo un prezzo che è in qualche modo vicino a quello che il mercato ritiene giusto per il minerale di ferro”.
Alluminio/Aumenta offerta in Asia, giù i premi che buyer giapponesi pagano a produttori.
Per la prima volta in un anno, i produttori di alluminio hanno deciso di ridurre il premio che i buyer giapponesi pagano per l’acquisto del metallo. Secondo fonti vicine alle trattative, il premio sul contratto cash di alluminio scambiato sul London Metal Exchange (Lme) è stato fissato infatti a 122 USD/t per i prossimi tre mesi che termineranno il 30 giugno, contro i 125-130 USD/t del trimestre attuale. La decisione sarebbe stata presa per l’aumento dell’offerta di alluminio in Asia, successivo alla decisione delle fonderie del Medio Oriente e della Cina di riavviare le attività che erano state interrotte nel periodo buio della crisi economica. Naoki Mita, gestore presso Barclays Capital Japan, ha spiegato le condizioni in cui versa il mercato affermando che “il secondo trimestre (del 2010) sarà caratterizzato da un eccesso di offerta”. Bisogna considerare infatti che “le scorte presenti in Cina viaggiano a livelli elevati, in quanto il paese ha acquistato quantità di alluminio superiori alle sue necessità, nell’attesa di una ripresa della domanda”. A tal proposito, le importazioni cinesi di alluminio raffinato sembrano essere destinate a diminuire, a svantaggio dei prezzi, e il rallentamento è già in atto, se si considera che a gennaio la Cina ha importato 40.059 tonnellate di alluminio, in calo contro le 42.106 tonnellate importate a dicembre e le 57.565 tonnellate importate a novembre. Oltre che con le scorte, la situazione di eccesso di offerta prevista dal gestore giapponese si spiega per l’appunto con l’aumento della produzione, in atto sia in Cina che in Medio Oriente.
Nel caso della Cina, stando a quanto ha scritto di recente Macquarie Group, le fonderie di alluminio hanno riavviato un output di 5 milioni di tonnellate di alluminio l’anno, dopo che parte della loro capacità produttiva era stata interrotta nel 2009 per far fronte al brusco calo della domanda. Il Medio Oriente sta rivestendo poi un ruolo sempre più importante nel mercato dell’alluminio: Emirates Aluminium, per esempio, joint venture tra la società di investimenti Mubadala e Dubai Aluminium, ha avviato la produzione lo scorso primo dicembre e ha già siglato un accordo per rifornire la sudcoreana Daewoo International. E, in generale, l’offerta in Asia è aumentata anche per la produzione avviata sempre a dicembre dalla fonderia Qatalum del Qatar, di proprietà di Norsk Hydro. È in questo contesto che continuano le trattative tra i buyer giapponesi e i produttori di alluminio: la situazione sembra essere dunque molto diversa rispetto a quella di qualche mese fa, quando il Giappone era stato costretto a pagare premi al massimo in almeno 14 anni, proprio per l’apparente minore disponibilità di alluminio sul mercato asiatico.
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