Emma Marcegaglia: stime del Pil al ribasso ma il vero problema è la stretta creditizia
Emma Marcegaglia: stime del Pil al ribasso ma il vero problema è la stretta creditizia di Fulvio Lo Cicero
ROMA - Continua inarrestabile la revisione delle stime economiche. Già soltanto da questo possiamo comprendere realmente l’eccezionalità di questa crisi economica, cioè dal fatto che, a cadenza settimanale, spuntano fuori stime al ribasso dei valori macroeconomici. Oggi è l’Istat, l’Istituto centrale di statistica, a confermare il dato sul prodotto interno lordo del quarto trimestre del 2008, come il peggiore dal 1980, cioè dall’anno in cui iniziarono le rilevazioni statistiche trimestrali. Secondo l’Istat il Pil è diminuito dell’1,9% rispetto al trimestre precedente e del 2,9% rispetto al quarto trimestre del 2009. L’effetto di questa caduta nell’anno in corso, secondo i numeri forniti dall’Istat, dovrebbe essere dell’1,9%. Ciò significa che, se pure la ricchezza nazionale dovesse risultare stabile, il Pil quest’anno comunque diminuirebbe dell’1,9%. Le precedenti stime dell’Istat erano state fornite il 13 febbraio e ritenevano il Pil calato dell’1,8% e del 2,6% rispetto al 2007. Sul fronte occupazionale, il Centro studi della Confindustria rileva il picco del ricorso alla cassa integrazione guadagni nel mese di febbraio: 1,16% della forza lavoro a febbraio rispetto allo 0,8% del mese di gennaio. Siamo ancora lontani dalle cifre registrate nel 1984, quando il ricorso alla Cig fu del 2,1% dell’intera forza lavoro.
Tale situazione si è ripercossa anche sulle buste paga. “Nell’industria in senso stretto – rileva lo studio della Confindustria – nel 2008 le retribuzioni di fatto per unità di lavoro a tempo pieno sono cresciute meno di quelle contrattuali, +3,1% contro +3,3%”. Ciò è stato dovuto principalmente all’assenza di ore di straordinario, in conseguenza della crisi economica, che sono calate al 4,8% rispetto all’orario normale a dicembre 2008, rispetto al 5,4% di un anno prima. Eppure, in un clima così difficile soprattutto per i lavoratori a reddito fisso, la Camera ha bocciato la proposta dei democratici di introdurre una indennità di disoccupazione per tutti coloro che non usufruiscono degli ammortizzatori sociali. "Una proposta demagogica" l'ha definita il centro-destra. "C'è una differenza fra di noi" ha risposto il segretario del Pd Franceschini: "Noi pensiamo che nella crisi occorre sviluppare la solidarietà. Voi pensate che nella crisi qualcuno si salva e qualcun altro soccombe".
Ma ciò che preoccupa maggiormente la Confindustria è il “credit crunch”, la stretta sul credito. Ieri si è avuta notizia che i principali acquirenti dei titoli di Stato sono proprio le banche e i fondi comuni di investimento. Le banche acquistano i Bot perché sono piene di liquidità, di soldi che hanno perso la strada verso le imprese. Il rischio fallimento di molte attività industriali e artigianali, in questo momento, è alto e gli istituti di credito offrono credito con il contagocce, richiedendo garanzie supplementari rispetto solo a sei mesi fa. Almeno, questa è la versione degli industriali.
Un’analisi della Banca d’Italia mostra come la crescita del credito si passata dal 12% di ottobre all’8% di gennaio. Non si tratta certo di un crollo ma se si disaggregano i dati, si constata come a soffrire maggiormente siano le piccole imprese, quelle con meno di venti addetti, per le quali si può parlare di una vera e propria “débacle” degli approvvigionamenti finanziari. Basti pensare che, per le imprese più piccole, la crescita del credito su base annuale risulta pari all’1%, contro il 7% di quelle medio-grandi.
D’altronde, un altro dato evidenzia le difficoltà del comparto produttivo. Il rapporto fra oneri finanziari (cioè, il costo del debito, dato dal tasso di interesse e le spese per commissioni) e margine operativo (in sostanza, l’utile prima degli ammortamenti, accantonamenti e imposte) è salito dal 15 al 20%, segnale evidente di un calo generale di redditività delle imprese. Non solo. Secondo la Banca d’Italia sono in aumento gli incagli sulla totalità delle imprese, cioè le sofferenze di queste ultime nei confronti dei prestiti forniti dalle banche, saliti dall’1,4% al 2% dell’intero ammontare dei prestiti del sistema finanziario.
Il fatto è che la banche contestano l’esistenza di un vero e proprio “credit crunch”. Secondo l’ABI (l’Associazione bancaria italiana), i crediti complessivi alle imprese, nel gennaio scorso, sono cresciuti del 4%, a dispetto della crisi. Unicredit ha finanziato il 75% delle richieste pervenute dalle imprese, per un totale di 1,9 miliardi di euro. Secondo le banche, la decrescita del credito non dipende da loro ma dalle imprese: infatti, la domanda di prestiti sarebbe calata del 30% rispetto ad un anno fa, perché sono in forte diminuzione le decisioni di investimento, in un clima di aspettative pessimistiche. Inoltre, il 24% delle imprese cui è stato concesso il credito sono in perdita, mentre il 39% avrebbe un ritorno sul capitale investito inferiore al 2%. Tutto ciò preluderebbe, sempre secondo le banche, non ad una stretta creditizia ma ad un aumento delle sofferenze bancarie nei confronti delle imprese debitrici.
Per questo motivo, il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha proposto un allentamento dei parametri previsti dall’Accordo di “Basilea 2” del 2004, a seguito del quale sono stati ristretti i parametri relativi alle garanzie del credito, per diminuire il rischio di default degli istituti di credito.
Ma il problema rimane, soprattutto con riferimento alle piccole e medie imprese, il vero nucleo centrale del tessuto produttivo e, quindi, dell’occupazione nel nostro Paese. Per dare ossigeno al rapporto banche-piccole imprese, la Cassa Depositi e Prestiti ha annunciato di aver preso in esame la costituzione di un fondo di garanzia di cinque miliardi di euro a favore delle banche, a patto che concedano prestiti alle imprese di minori dimensioni.
