Federacciai: "Ripresina" nel 2010 per la siderurgia, ma non basta.

[NdR 23 gennaio 2025: per i dati più recenti sulla produzione italiana di acciaio, leggi l'articolo aggiornato.]
Federacciai: "Ripresina" nel 2010 per la siderurgia, ma non basta. Pasini: Per restare competitivi urgono interventi forti in ambito Ue, a partire dal tema annoso dell'energia.
Roma (Il Velino) - “Chiediamo al Governo che difenda in ambito europeo la competitività delle nostre aziende e della nostra economia” ad esempio “combattendo fenomeni di concorrenza sleale”, risolvendo la “questione energetica” e “orientando la Ue a politiche ambientali più realistiche e più eque”. Questo l’appello rivolto alle istituzioni dal presidente di Federacciai Confindustria, Giuseppe Pasini, in questi giorni a Milano all’assemblea annuale degli imprenditori siderurgici. Nel corso dei lavori - alla presenza del vice presidente dell’Unione europea Antonio Tajani, del sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico Stefano Saglia e del governatore della Lombardia Roberto Formigoni - Pasini ha tracciato un quadro puntuale della situazione attuale e delle prospettive del settore, nonché delle problematiche aperte. Per la siderurgia mondiale il 2009 è stato un vero e proprio “annus horribilis”, ha spiegato, con una produzione globale di acciaio di 1,19 miliardi di tonnellate, in calo dell’8,1 per cento sul 2008. E se si considera che solo nel 2007 si era giunti a un picco di 1,351 miliardi, il crollo appare ancor più violento. Inoltre, se l’Europa a 27 ha segnato una riduzione di quasi il 30% rispetto al 2008, l’Italia ha raggiunto una produzione (20 milioni di tonnellate) inferiore di oltre il 35 per cento rispetto all’anno precedente. Questa situazione ha ovviamente impattato anche sull’occupazione: Federacciai occupa circa 65.000 addetti (tra diretti e indiretti). Di questi, nel 2009 circa 25.000 sono stati interessati da ammortizzatori sociali, e “solo grazie all’impegno degli imprenditori - che hanno reinvestito negli anni per migliorare gli impianti e per sostenere l’occupazione, salvaguardando le professionalità ‘coltivate’ per anni” ha sottolineato Pasini, “si sono evitati licenziamenti”. Per quanto riguarda la prima parte del 2010, a livello globale si è invece assistito a un incremento produttivo (+31,8% nel primo quadrimestre). “Ma si tratta di un dato da ponderare con molta cautela”, ha precisato il presidente di Federacciai, “poiché va tenuto conto della forte ascesa della Cina che si è ripresa prima di tutti dalla crisi finanziaria, e sappiamo che la metà dell’acciaio prodotto a livello mondiale proviene infatti dall’area asiatica”. Anche il settore siderurgico italiano, pur in presenza di fattori critici, è riuscito a incrementare la produzione - nei primi 5 mesi del 2010 - del 37,8 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, pari a oltre 11.2 milioni di tonnellate. “Ma anche in questo caso – ha evidenziato Pasini – il dato andrebbe meglio analizzato, perché a fronte di una produzione di prodotti piani a caldo cresciuta del 69%, e di quella dei prodotti lunghi a caldo cresciuta solo dell’8,7%, permangono ‘sacche’ di sofferenza, per altro riferibili ad alcuni prodotti siderurgici tipici della nostra industria, come il tondo per cemento armato (-21,8%), i larghi piatti (-18,2%) e le lamiere da treno (-4,5%)”. Secondo il leader dell’organizzazione insomma “la ‘ripresina’ c’è stata, ma non sembra avere basi solide se si considera quanto sta avvenendo oltre i confini italiani”. In Germania, per esempio, “nei primi quattro mesi del 2010, la produzione di acciaio è cresciuta del 61,9%. E la stessa Ue a 27 ha messo a segno un +44,3%”. E secondo Pasini tra le cause della “lentezza” italiana c’è sicuramente “quella di non essere riusciti a passare dai progetti sulla carta ai progetti reali. Siamo schiacciati da un grave ritardo strutturale e quel poco che facciamo lo paghiamo troppo caro, dissipando risorse vitali”.
“In Italia, secondo lo studio bipartisan ‘Italiadecide’ – ha continuato il presidente di Federacciai – per un chilometro di alta velocità si spendono fino a 90 milioni di euro e non si scende mai sotto i 20 milioni. In Francia se ne spendono 10 e in Spagna 9,8. Non si tratta di mancanza di competenze, che ci sono e sono elevate, l’inghippo sta altrove” e ora “noi chiediamo che i tanto sbandierati progetti strutturali e infrastrutturali partano concretamente, che si avviino i cantieri, che si facciano le strade, che si batta la burocrazia in favore dell’operatività”. Più in dettaglio, “chiediamo al Governo di snellire quel garbuglio inestricabile che è il sistema delle autorizzazioni. Per esempio affidando a un unico soggetto pubblico il compito di individuare e sciogliere i nodi che rallentano le opere, e di alleggerire la stretta imposta dal patto di stabilità per quei comuni virtuosi che hanno saputo mantenere un corretto assetto patrimoniale ed economico”. Quanto al prossimo futuro, per la federazione aderente a Confindustria “sono due” le grandi preoccupazioni per la siderurgia italiana: l’incapacità europea di difendersi da attacchi commerciali non equilibrati e la minaccia alla competitività delle imprese. Pasini ha infatti ricordato come in siderurgia si stia ormai raggiungendo una grande sovraccapacità produttiva installata, maggiore di oltre il 30% della produzione mondiale. Tali capacità sono situate in particolare in Cina e nel continente asiatico. Il risultato è il rischio concreto di un dirottamento delle produzioni asiatiche (che lavorano in condizioni non paragonabili a quelle europee - sia in termini di aiuti e incentivi che di costi veri e propri) all’esportazione verso Europa e Stati Uniti. “Da qui nasce la nostra richiesta alla Commissione Ue perché si assuma la responsabilità di ristrutturare gli strumenti di difesa commerciale oggi esistenti, in primis le misure antidumping”.
Altra questione non di poco conto è quella energetica: ogni anno la siderurgia assorbe ben il 14% dell’energia e l’8% di gas del consumo dell’intero comparto manifatturiero italiano. “La siderurgia – ha evidenziato Pasini – è il maggior comparto energivoro del nostro Paese e l’efficientamento energetico è tra gli elementi cruciali per la sua futura competitività”. Ecco perché “chiediamo ora al Governo di dotare l’Italia di un vero mix energetico, rendendola al tempo stesso più indipendente dalle importazioni di energia”. A questo proposito, ricordando come Federacciai sia sempre stata favorevole all’apertura del nucleare, il numero uno dell’organizzazione ha osservato come “oggi che anche nell’opinione pubblica non è più percepito come una vera minaccia, crediamo ci siano le condizioni adatte affinché il programma nucleare venga realizzato in tempi brevi, con un piano prioritario di straordinarietà”. Connesso ai temi energetici e a quello della competitività, vi è poi il tema ambientale. Pasini ha sottolineato, uno per tutti, il dato relativo al contributo del settore siderurgico nazionale alla riduzione delle emissioni di Co2 - testimoniato dai dati ufficiali pubblicati dall’UNFCCC (Organo delle Nazioni Unite): il dato presenta una riduzione delle emissioni di quasi il 30% dal 1990, anno di riferimento del Protocollo di Kyoto, fino al 2005, anno in cui è diventato operativo nell’Ue lo schema cosiddetto di Emissions Trading. E il calo in termini assoluti delle emissioni è stata realizzata a fronte di volumi produttivi crescenti negli anni. Dunque “la siderurgia ha fatto ben più degli impegni accettati dall’Italia con l’adesione al Protocollo. Il problema è che l’impegno che il nostro Paese si è assunto nel raggiungere una riduzione complessiva delle emissioni del 6,5% dal 1990 al 2012 – ha affermato Pasini – comporta un’ulteriore diminuzione per i settori industriali del 21% tra il 2005 e il 2020, minando sempre di più la nostra competitività e la nostra esistenza. Le salvaguardie previste dalla Direttiva europea, che prevede quote gratuite per i settori esposti alla concorrenza internazionale, vengono in parte vanificate o fortemente attenuate dalla stessa Commissione attraverso tecnicalità che, di fatto, riducono l’ammontare delle quote gratuite. Il settore rischia pertanto – ha concluso – di trovarsi senza le quote legate ai gas di recupero, ma anche senza le compensazioni per gli extra costi legati al ribaltamento dei costi di acquisto quote da parte dei produttori di energia elettrica”.
