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Gli industriali: "Assurdo pagare l’Irap anche quando si perde"

Gli industriali: "Assurdo pagare l’Irap anche quando si perde"

Gli industriali: "Assurdo pagare l’Irap anche quando si perde". Il presidente Morandini: «Un milione di piccole imprese a rischio. Chiediamo solo di avere gli incentivi decisi nel resto d’Europa» di Armando Zeni

MANTOVA - C’è il dispiacere, cortese, del presidente dei piccoli industriali di Confindustria, Giuseppe Morandini, che a un certo punto dice: «Il ministro Tremonti non è potuto venire». E il disappunto vero di uno dei cinquecento Brambilla presenti nel tendone bianco montato ad hoc nel cortile del Palazzo Te per l’undicesimo Forum della Piccola industria di Confindustria, Salvo Creatini, umbro, 2 milioni di fatturato, settore meccanico, 11 dipendenti, 33% di fatturato in meno causa crisi dell’export, che a Tremonti avrebbe voluto chiedere tante cose, a cominciare dall’abolizione veloce, rapida, senza se ne ma, dell’odiata Irap. Uno dei tanti, il Creatini. Come il Mario Riccoboni, il Giuseppe Targhetti, l’Ambra Redaelli, il Franco Bocchini, il Giorgio Luitprandi, meno di 30 milioni di fatturato tutti insieme, uno spaccato dei tre milioni di piccole imprese del Belpaese, pronti - dicono - a «gettare il cuore oltre l’ostacolo», a patto, aggiungono, che qualcuno non continui «ad alzarlo in alto quel benedetto ostacolo». E così, alla fine, pur tra i tanti distinguo, sul banco degli imputati nella fotografia della crisi emersa dal tendone del Palazzo Te - fotografia in chiaroscuro con il milione di piccole imprese a rischio, parola del presidente Morandini - c’è finito anche lui, Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, l’uomo che (parola dei presenti) avrebbe dovuto tagliare le tasse ed è finito con l’esaltare il posto fisso.

Morandini parla di «paese normale», un paese nel quale vorrebbe avere «gli incentivi che hanno le imprese nel resto d’Europa», non un centesimo di più non un centesimo di meno, un paese dove l’energia non costi «cinque volte più che nel resto d’Europa», una paese dove la politica «non si fa urlando», dove «non ci si inventa ogni giorno un nuovo problema pur di non risolvere i vecchi».

Propone, per evitare la chiusura di tante («Troppe») aziende, un progetto di aggregazione tra piccoli («Una T Holding - la chiama - dove T sta per tutela») che serva a patrimonializzare aziende che da sole non potrebbero farcela, per avere più potere nei confronti della banche, per avere uno sconto fiscale («Da scontare sugli utili futuri della holding - precisa Morandini - mica vogliamo regali»), chiede incentivi per sostenere le imprese e una defiscalizzazione forte in busta paga per sostenere i consumi.

Sull’abolizione dell’Irap è chiaro, non usa parole ma allarga le braccia: chi non la vorrebbe? Ma è fattibile? E’ realistico? Ragione e sentimento. Perché è chiaro che la ragione fa riflettere sulle cose. Fa dire a un piccolo imprenditore mantovano come Luitprandi che sei anni fa si è messo d’accordo con l’Università per cercare soluzioni nuove per i suoi macchinari usati nell’edilizia e che, grazie a queste ricerche, ha aumentato del 40% il fatturato negli ultimi tre anni e contenuto a un -15% il crollo dell’ultimo anno: «Ognuno deve fare con le proprie forse, basta cercare alibi, bisogna crederci, investire, e le tasse bisogna pagarle in modo corretto».

Corretto, che per la monzese Redaelli, significa non dover pagare una tassa che, come l’Irap, «devi pagare anche quando sei in perdita». Cose d’altro mondo, esplode il veneto Bocchini, che non dimentica la genesi: «Una tassa nata dalla mente distorta del ministro Visco, uno che in ogni imprenditore vedeva un potenziale evasore, una tassa assurda, l’Irap, che va azzerata subito, punto e basta». La rabbia, che mescola i dati di una crisi che, garantisce Giuseppe Domenichini di Reggio Emilia, «comincia adesso a farsi sentire dopo un anno di cali, dopo un anno di cassa integrazione, ed è crisi - scandisce - pe-san-tis-si-ma» alla voglia di riscatto che passa, inevitabilmente, dalle richieste di fare qualcosa, subito, presto, bene.

Come se fossimo, appunto, in un paese normale. Dove è lecito aspettarsi che un ministro dell’Economia smetta, testuale, «di fare il filosofo», di disquisire di "posto fisso", di "pensare alla Banca del Sud", anziché - è il rimpianto generalizzato - "a provvedimenti concreti". Critiche dure che si mescolano a riconoscimenti («Certo, con un debito pubblico così alto, che altro poteva fare Tremonti?»), l’indifferenza («Se si dimetterà non piangerò certo») alle preoccupazioni politiche («Senza Tremonti, il parassitismo del Sud avrà libero sfogo»), il rimpianto («E io che l’ho votato») al sarcasmo («Ha previsto la crisi, non come uscirne»). Fino al libero sfogo finale di Morandini, il presidente dei piccoli, che alla presidente di Confindustria chiede di non mollare di un passo col governo: «Marcali ad uomo, Emma, marcali a uomo...».  

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sabato 24 ottobre 2009