Le occasioni perse per una vera strategia
Le occasioni perse per una vera strategia di Valerio Castronovo
È ormai l'ennesimo appello al governo e alle forze politiche sull'esigenza di una serie di riforme che valgano a rilanciare lo sviluppo economico e l'occupazione, quello compiuto ieri dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. D'altronde, da più parti (a cominciare da Confindustria) si sono moltiplicati da tempo analoghi appelli a questo riguardo. Una volta assicurata la doverosa tenuta dei conti pubblici, non si è infatti provveduto ad agire sull'altro versante, quello per una crescita economica, con la promozione degli investimenti, adeguati incentivi alla ricerca e alle innovazioni, e la riconversione del mercato del lavoro. Eppure si tratta di provvedimenti che, anche all'epoca della globalizzazione e liberalizzazione dei mercati, rientrano nella sfera d'azione dei governi. Per di più, a giudicare dalle esperienze del passato, sono state, in alcune circostanze, determinate politiche economiche ad assecondare il nostro processo di sviluppo; mentre la loro insufficienza o inadeguatezza, in altre fasi, ha compromesso ulteriori progressi. Di fatto, sebbene di una vera e propria politica industriale si possa parlare a partire dal secondo dopoguerra, si deve comunque rilevare che, a suo tempo, l'opera di Alberto Beneduce e di Donato Menichella, a capo dell'Iri, risultò determinante non solo per salvare il salvabile delle principali banche e di numerose imprese dopo la Grande crisi del 1929, ma anche, dal 1937 in poi, per la rimessa in funzione di alcune componenti di rilievo dell'industria manifatturiera ereditate dall'Istituto di via Veneto.
D'altra parte, furono questi i prerequisiti che consentirono ai governi degasperiani di centro, dopo che sotto l'egida di Einaudi venne avviato il risanamento del bilancio statale, di utilizzare un lotto di imprese pubbliche come strumento precipuo di una strategia economica che si tradusse in importanti iniziative come la conversione della siderurgia al ciclo integrale dalle materie prime ai laminati, l'incremento della produzione termoelettrica, lo sviluppo dei servizi telefonici e un piano per la costruzione di grandi autostrade. Inoltre, mentre venne assicurato all'Eni di Enrico Mattei un sostegno consistente per la ricerca di idrocarburi in Italia e per i primi suoi accordi con i paesi produttori di greggio, una legge del 1952 estese il credito agevolato a lungo termine alle piccole e medie imprese.
Di certo, la politica di programmazione degli anni 60, con cui il centro-sinistra si proponeva, dopo la nazionalizzazione dell'energia elettrica, di realizzare simultaneamente numerosi obiettivi (in testa ai quali stava l'industrializzazione del Mezzogiorno), riuscì in pratica a tenere a battesimo soltanto uno spezzone della legge urbanistica (contro la speculazione edilizia) e del "Piano Verde" (per l'ammodernamento dell'agricoltura), nonché l'istituzione della cedolare secca (ma non la riforma delle società per azioni). D'altronde, fu poi, anche per l'insipienza di alcuni grandi gruppi privati, se non si valorizzarono le potenzialità acquisite dalla Olivetti nell'elettronica; e, a causa delle alterne contese di potere nell'ambito della Montedison, se si perse l'occasione per uno sviluppo della chimica fine.
Purtroppo anche "Progetto Ottanta", concepito nel 1971 per il superamento del divario Nord-Sud, il rafforzamento delle infrastrutture civili e la piena occupazione, rimase pressoché al palo, nella morsa di due crisi energetiche e nel mezzo di una conflittualità sindacale endemica, ma soprattutto per via di un lungo periodo di stagflazione. Pertanto, nonostante la creazione di un apposito Comitato interministeriale per il coordinamento della politica industriale, ci si barcamenò con una politica di interventi prevalentemente assistenziali, con risvolti corporativi e clientelari, destinata da allora a prolungarsi per quasi un ventennio. Avvenne così che il "Nucleo di valutazione del ministero del Bilancio", incaricato di selezionare i progetti finanziabili dal "Fondo investimenti e occupazione", si dimise nel 1984 denunciando l'assenza delle «condizioni di certezza giuridica e di garanzia professionale necessarie allo svolgimento dei proprio lavoro».
Successivamente, fu soprattutto per iniziativa delle principali imprese che si realizzò un processo di ristrutturazione (fra cui quello della Olivetti rivolto all'informatica e quello della Finmeccanica nell'aerospaziale). Cominciò anche a farsi strada l'idea di una programmazione non più per settori ma per fattori propulsivi (risorse energetiche, telecomunicazioni, software ingegneristico, biotecnologie, innovazioni di prodotto).
Ma il Piano energetico nazionale non riuscì mai a decollare e il referendum del 1987 segnò la rinuncia al nucleare. Finché, dopo il 1993, in conformità alla direttive comunitarie, si pose mano a un piano di privatizzazioni, all'abolizione dell'intervento straordinario nel Mezzogiorno e alla regolazione dei servizi di pubblica utilità. Dopo di allora, con l'ingresso nel 1998 dell'Italia nella zona euro e con l'epilogo delle svalutazioni competitive della lira, sono divenuti ricorrenti gli allarmi per il rischio di una parabola declinante dell'economia italiana, malgrado alcune nicchie d'eccellenza acquisite dalle piccole-medie imprese.
Ma finora non si è trovato il modo di varare una strategia di effettivo spessore per creare un sistema-paese più efficiente e competitivo. E ciò nonostante il fatto che il nuovo modello elettorale maggioritario avrebbe dovuto creare condizioni politiche tali da garantire una stabilità governativa ben più salda rispetto a quella della Prima Repubblica. E quindi anche la realizzazione di più consistenti e lungimiranti misure economiche, in sintonia con le direttrici della globalizzazione e con determinati mutamenti in corso nell'assetto sociale.
1933 ISTITUTO RICOSTRUZIONE INDUSTRIALE
1950 CASSA PER IL MEZZOGIORNO
1975 SVOLTA NELLE RELAZIONI INDUSTRIALI
