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Osservatorio materie prime - metalli

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Osservatorio materie prime - metalli

Osservatorio materie prime
T-Commodity Weekly Digest
Edizione n. 14 – 20 giugno 2011
Il complesso dei metalli di base ha chiuso la settimana appena trascorsa in tono sostanzialmente negativo, fatta eccezione per il rame e billette di acciaio. Il comparto continua a rimanere incastrato tra il posizionamento dei fondi di investimento e delle banche d’affari, che tengono artificialmente elevato il prezzo delle materie prime, e lo stato attuale dell’economia mondiale di indebolimento rispetto al primo trimestre dell’anno. Come ripetiamo oramai da qualche settimana, la nostra view sul mercato è quella di attendersi un ulteriore sell-off dopo quello di inizio maggio. Riteniamo infatti che, seppur di natura temporanea (dettata dagli alti prezzi energetici e dal blocco delle forniture nel settore auto americano), l’attuale fase di consolidamento dell’economia mondiale debba essere ancora pienamente scontata dal mercato.

Tuttavia, a prescindere dalle analisi di carattere fondamentale (che sappiamo non essere sempre rispettate dai mercati, per lo meno nel breve termine), la nostra previsione ribassista di breve termine riceve una sorta di legittimazione ulteriore dalle ultime dinamiche sul fronte geopolitico. La decisione dell’Arabia Saudita, primo produttore mondiale di petrolio, di procedere lungo il percorso dell’ aumento della produzione di greggio, malgrado il mancato accordo in tal senso al termine del vertice Opec della scorsa settimana, rappresenta il segnale che a livello politico si vuole tentare di sgonfiare le elevate valutazioni raggiunte dalle materie prime, petrolio naturalmente in primo luogo. In palese difficoltà per il fallimento della Quantitative Easing 2, lo stimolo monetario da 600 miliardi di dollari varato dalla Federal Reserve lo scorso novembre, e impossibilitata a varare sostanziosi tagli fiscali a causa del forte indebitamento pubblico, l’amministrazione democratica non può far altro che confidare nell’abbassamento dei prezzi delle materie prime per ridare slancio all’economia a stelle e strisce. La problematica non riguarda solo gli Usa ma anche Europa e paesi emergenti. Nel Vecchio Continente l’aumento delle pressioni inflazionistiche potrebbe infatti spingere la Bce a varare in luglio un nuovo aumento dei tassi di interesse tale da aumentare a 50 punti base il differenziale di interesse tra asset Usa ed europei, alimentando così una nuovo rialzo dell’euro nei confronti del dollaro e mettendo in difficoltà le già fragili economie domestiche (un rischio che potrebbe sfociare in un regime di stagflazione).

Nei paesi emergenti invece, il rialzo dei prezzi delle materie prime potrebbe spingere le pressioni inflazionistiche a un punto tale da rinviare sine die la fine delle politiche monetarie restrittive varate dalle banche centrali dallo scorso autunno, minando la crescita impetuosa degli ultimi anni e alimentando i disordini sociali che già sono particolarmente forti in Nord Africa e Medio oriente e che da alcuni mesi stanno interessando anche la Cina. Un timore, questo, che si intravvede in maniera molto nitida nell’andamento dello Shanghai Composite che venerdì scorso ha visto la media degli ultimi 50 giorni tagliare la media dei 200 giorni (segnale che prelude a un forte ribasso del mercato stando all’analisi tecnica). (vedi grafico in dettagli). Davanti a questo scenario, cui prodesta un nuova fase di rialzo dei prezzi delle materie prime?
Oltre ai paesi produttori autoritari come Iran e Venezuela, che confidano negli introiti dalla vendita di petrolio per finanziare i piani sociali e comprarsi (si perdoni la brutalità) così il ben volere della popolazione, sicuramente a spingere per lo status quo sono le “big” di Wall Street. Le quali, in caso di forte calo dei prezzi delle materie prime, rischiano di vedersi crollare il ricco business dei derivati, uno dei pochi a produrre ancora copiosi guadagni. Non stupisce dunque la resistenza con la quale i prezzi delle materie prime stiano attualmente resistendo alle notizie non propriamente positive che giungono, oltre che dal fronte macro, dal fronte “caldo” del debito sovrano europeo.

La nostra sensazione è che davanti a un interesse politico talmente diffuso, neppure le potenti banche d’affari saranno in grado di resistere all’infinito. E, negli ultimi anni, si è avuta una chiara e concreta percezione di quanto la politica di fatto possa condizionare l’andamento dei mercati finanziari. Una dinamica che la stessa Wall Street conosce molte bene con il famoso mantra never fight the Fed, ossia “mai scommettere contro la banca centrale Usa”. E’ dunque probabile che oggi a spingere le banche centrali a continuare a non prefigurare alcuna fase di consolidamento dei prezzi delle materie prime sia la convinzione di un prossimo varo di piano di stimolo monetario, il cosiddetto Quantitative Easing 3. Un’ipotesi, questa, che, seppur non possa essere esclusa in toto, non riteniamo sia dietro l’angolo. A tal proposito, fondamentale sarà seguire le comunicazioni della Fed mercoledì prossimo alle 20,15 ora italiana sullo stato della politica monetaria. Oltre a quello che dirà il presidente della Fed, Ben Bernanke, la settimana che si apre oggi sarà importante sotto il profilo del debito sovrano europeo che rappresenta oggi, il vero pretesto in grado di provocare un secondo sell-off sulle commodities e che già si sta facendo sentire sul mercato del petrolio con i contratti Brent e WTi che nell’arco di una settimana hanno perso rispettivamente il 4,24% e 6,32%.

Gianclaudio Torlizzi
Partner T-Commodity srl a socio unico
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lunedì 20 giugno 2011