Osservatorio materie prime - 11 luglio 2011
Osservatorio materie prime
LME Briefing - 11 Luglio 2011 La settimana appena trascorsa si chiusa con il tono amaro per gli investitori nei metalli di base. Malgrado in termini percentuali il comparto abbia registrato buon rialzo (fatta eccezione per lo zinco), il sell-off cui si è assistito venerdì scorso ha decisamente contribuito a calmare gli animi. (vedi grafico future rame in dettagli). A far scattare le vendite, interrompendo una scia di rialzi inaugurata dalla fine di giugno, è giunto il dato sull’occupazione Usa relativo al mese di giugno che ha mostrato un aumento delle buste paga di 18 mila unità fortemente al di sotto delle attese (+100 mila). L’indicatore è stato accolto molto male dai mercati che fino a venerdì mattina avevano spinto il contratto a 3 mesi del rame sui massimi di aprile (9760 USD/t), sull’onda degli ultimi segnali di miglioramento giunti dall’economia Usa, primo su tutti l’indice ISM sulla fiducia dei direttori acquisti nel settore manifatturiero. L’aspettativa che si era creata infatti era che con il miglioramento del comparto manifatturiero, e in particolare con la ripresa del funzionamento della catena di fornitura lungo la supply chain nel settore auto americano, le aziende avessero ripreso ad assumere. L’aspettativa si è rivelata infondata. La nota interessante è che in questo specifico frangente il bicchiere non può assolutamente essere letto come mezzo pieno dato che non vi è contenuto alcun elemento minimamente positivo: sia perché il tasso debole di assunzioni riguarda tutti i comparti dell’economia; sia perché sono risultati in calo di 12 mila unità anche le assunzioni temporanee che solitamente anticipano il trend del dato ufficiale del mese prossimo.
La debolezza del dato sull’occupazione Usa dunque conferma la nostra view secondo cui, sebbene l’economia Usa stia iniziando a mostrare qualche segnale di ripresa nel settore automobilistico (da cui dipende gran parte della produzione industriale) presenta ancora delle criticità che non giustificano un passaggio del prezzo del future a 3 mesi del rame da 9000 USD/t a 9760 USD/t.
Un dato tanto negativo sull’occupazione contribuirà anche a rendere particolarmente complesse le negoziazioni tra Repubblicani e Democratici per il raggiungimento di un accordo sull’innalzamento del livello massimo di indebitamento entro il 2 agosto, in assenza del quale il governo Usa sarebbe costretto a dichiarare un default tecnico, accompagnato da un piano di riduzione della spesa pubblica (obiettivo del presidente Barak Obama è 4 mila miliardi di dollari) Se però da un lato la bassa creazione di posti di lavoro rende difficile pensare che a fronte di tagli all’occupazione pubblica essa possa essere facilmente assorbita dal settore privato (tesi repubblicana); dall’altro però rende ancora più difficile ipotizzare aumenti della pressione fiscale sui consumatori già di per sé gravati dalla bassa occupazione (tesi democratica).
Fattore ulteriore di preoccupazione è il rialzo del prezzo del petrolio che ,dopo aver subito una buona discesa dopo il sell-off di maggio, è tornato a salire, producendo l’aumento del prezzo del carburante. (vedi grafico) Ma così come riteniamo che sia stata la speculazione finanziaria a spingere i prezzi dei metalli di base oltre ogni logica in queste ultime 2 settimane così riteniamo che la dinamica abbia interessato il petrolio. La conferma della nostra tesi è giunta proprio lo scorso venerdì quanto lo spread tra il prezzo WTI e quello Brent ha toccato il massimo storico a 22 dollari al barile. Un fenomeno, questo, difficilmente spiegabile dal punto di vista fondamentale. Se infatti da un lato il prezzo del Brent avrebbe dovuto registrare una flessione dopo l’annuncio dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di immettere sul mercato scorte strategiche per la terza volta nella storia, dall’altro lato gli ultimi dati forniti dal Dipartimento dell’Energia Usa ha mostrato come nei magazzini di Cushing le scorte siano scese ulteriormente di 460 mila barili registrando dall’inizio di maggio una riduzione del 10% e al di sotto di 4,5 milioni di scorte rispetto ai massimi di aprile. (vedi grafico). Fonte: Commerzbank
La parentesi sul prezzi del petrolio è necessaria per evidenziare come a nostro avviso non siano affatto concreta al meno per il momento l’eventualità che già sta filtrando sui mercati di varare un terzo piano di stimolo monetario, il Quantitative Easing 3. Sebbene i rappresentanti della banca centrale Usa siano convinti del contrario, riteniamo che il secondo stimolo monetario da 600 miliardi di dollari, varato lo scorso novembre e conclusosi alla fine di giugno, abbia arrecato più danni che benefici all’economia Usa.
Come il dato sull’occupazione di giugno ha mostrato, infatti, il mantenimento dei bassi tassi di interesse per via artificiale (acquistando cioè titoli di stato Usa) non è stato sufficiente per convincere le imprese a Usa a tornare ad assumere così come non è stato sufficiente ad assorbire il surplus nel mercato immobiliare. Al netto delle prese di posizione ideologiche, a frenare gli imprenditori Usa continua a essere la politica economica intrapresa dall’amministrazione democratica vista come eccessivamente sbilanciata sul piano della spesa pubblica. All’assenza di benefici concreti devono poi sommarsi gli effetti collaterali legati alla QE2, primo su tutti il rialzo dei prezzi delle materie prime. E’ chiaro infatti che mantenendo un livello di politica monetaria a tasso zero non si fa altro che incentivare i fondi di investimento e le banche d’affari a investire in asset dai rendimenti maggiori rispetto a quelli dei Treasury. Con queste premesse dunque riteniamo poco probabile che la Fed decida di imbarcarsi in una nuova immissione di liquidità.
Mentre il mercato si interroga nell’aver erroneamente interpretato gli ultimi dati giunti dall’economia Usa, a creare confusione tra gli investitori, oltre all’innalzamento dell’inflazione in Cina (6,4% a giugno pari al massimo degli ultimi 3 mesi) sono le rinnovate tensioni che riguardano il debito pubblico europeo. Per quanto riguarda la questione-Grecia la nostra cautela espressa 2 settimane fa quando era stato raggiunto l’accordo tra Fondo Monetario Internazione e Bce per la quinta tranche di prestito per onorare le scadenze di luglio (che di fatto non risolveva ma rinviava il problema), si sta rivelando fondata. Approvata in via definitiva la prima linea di prestito da 110 miliardi di euro varata lo scorso anno, il nodo ora da sciogliere riguarda la seconda linea di credito necessaria per finanziare le scadenze fino al 2014. Degli ulteriori 110 miliardi di euro che verrebbe stanziati, 30 miliardi dovrebbero arrivare dagli istituti di credito in larga parte francesi e tedeschi, stando ai piani di Washington e Bruxelles. Un lavoro che si preannuncia però molto difficile in quanto arduo è coinvolgere nel salvataggio i creditori privati senza che si attui di fatto una ristrutturazione del debito, incappando dunque nella bocciatura da parte delle agenzie di rating.
Le tensioni sul debito pubblico europeo non riguardano però solo la Grecia, ma anche l’Italia che rischia di diventare il cavallo di Troia attraverso il quale gli hedge funds anglosassoni stanno cercando di rompere la fragile unità del Vecchio Continente come ha evidenziato l’andamento dei BTP decennali salito al massimo storico al 5,38% venerdì scorso. Particolarmente eloquente l’andamento dei credit default swap (una sorta di assicurazione contro il default ) saliti di 245 punti base, in rialzo del 38% in una sola settimana (performance inferiore solo al Portogallo). Ad alimentare la speculazione, oltre alle voci (non confermate) di dimissioni del ministro dell’Economia Giulio Tremonti (visto come garanzia della tenuta del nostri conti pubblici) giunge il fatto che all’interno di Eurolandia siamo il paese più debole a livello strutturale (bassa crescita, alto debito) con un mercato finanziario molto liquido e strutturato in grado di offrire alla finanza internazionale numerose alternative per scommettere al ribasso contro i nostri asset. In quest’ottica la decisione di ieri sera della Consob di imporre maggiore trasparenza nelle operazioni short rappresenta niente più che un palliativo. Il pretesto alle vendite giunge con le scadenze che il governo italiano deve fronteggiare questa settimana quanto dovrà emettere fino a 7,75 miliardi di euro in BTP all’interno del piano di finanziamento da 230 miliardi di euro per il 2011. A quale tasso si concluderà l’operazione? Il problema dell’Italia infatti è che essendo stata ferma per oltre 20 anni sul piano delle riforme strutturali ha una produttività (e dunque una crescita) bassa. Questo fattore, accompagnato dall’alto livello del debito, fa sì che basti un generalizzato aumento del rischio sui mercati finanziari internazionali per vedersi aumentare fortemente il costo degli interessi sul debito emesso negli ultimi decenni.
Se però da un lato sono certamente innegabili le responsabilità dei governi della Prima e Seconda repubblica non bisogna però tralasciare quelle che sono le attuali responsabilità della Bce. La quale, nonostante tutte le tensioni che attualmente attanagliano il mercato europeo del debito, continua indefessa nella sua azione autoreferenziale in materia di politica monetaria. Più volte abbiamo spiegato nelle nostre note di mercato quanto sia improprio paragonare il comportamento della Bce da quello della Federal Reserve. Se infatti Francoforte ha come unico mandato la stabilità del prezzi, la Fed ha anche quello della piena occupazione. Una differenza molto forte. Questo però non toglie che alzare i tassi in una fase di rallentamento dell’economia e di prezzi energetici in calo (fatta eccezione per il rimbalzo delle ultime 2 settimane), come è stato fatto giovedì scorso, non faccia altro che minare la crescita proprio di quei paesi che invece la necessitano per non dare gioco facile alla speculazione. In tutto questo vi è da inoltre considerare il fatto che a causa delle suddette tensioni sui mercati finanziari il settore bancario di paesi come Irlanda, Grecia, Portogallo da mesi oramai fanno affidamento solo ai prestiti Bce per finanziarsi. Tale dinamica sta ampliando notevolmente il bilancio dell’Eurotower. Tanto che, secondo una fonte interna, il fondo di stabilizzazione dovrebbe essere raddoppiato fino a 15 mila miliardi di euro per garantire eventualmente protezione all’Italia. E da dove arriveranno tutti questi soldi? Da tutti i contribuenti europei naturalmente, secondo la formula ormai collaudata di socializzare le perdite. C’è un’alternativa? A nostro avviso sì e cioè quella di attuare la stessa politica di immissione di liquidità intrapresa dalla Fed per uscire dalla crisi dei mutui. Una politica che senza spezzare la fiducia sull’euro riporterebbe le quotazioni del cambio più in linea con i fondamentali (1,30). REMINDER: Cari amici, state leggendo questa edizione di LME BRIEFING e INSIDERACCIAIO come demo gratuita di una parte dei nostri servizi di consulenza (report, conference call, incontri in-house) sul mercato delle materie prime e mercati valutari fornite da T-Commodity la nuova società di consulenza fondata da Gianclaudio Torlizzi, ex responsabile italiano del gruppo Dow Jones. I servizi spaziano dalle indicazioni di acquisto sul mercato fisico all’assistenza in operazioni di hedging attraverso l’accesso diretto alle borse merci di tutto il mondo bypassando il sistema bancario. Oltre ai metalli di base e acciaio il nostro core business ruota attorno ai mercati dei metalli preziosi, petrolio, power, gas naturale, olio di palma, gomma naturale, plastiche. Qualora siate interessati a conoscere maggiormente nel dettaglio i nostri pacchetti personalizzati oppure ad avviare un periodo di prova non esitate a contattarci.
Gianclaudio Torlizzi
Partner
T-Commodity srl
a socio unico
Piazza Velasca 8
20122 Milano
Tel: +39.02.36533528
Fax: 02.49539473
Mobile: +39.347.6769186
gianclaudio@t-commodity.com
www.t-commodity.com
Skype: gianclaudio.torlizzi
Twitter: TCommodity
