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Perché Europa e Usa rischiano una crescita vicina allo zero?

Perché Europa e Usa rischiano una crescita vicina allo zero?

L'INDAGINE: Perché Europa e Usa rischiano una crescita vicina allo zero. di Gea Scancarello

Analisti ed economisti lasciano squillare i telefoni più a lungo del solito. In questi giorni nessuno ha una gran fretta di rispondere alle domande. C'è da capirli: hanno trascorso mesi a stilare ipotesi di crescita per la ricchezza mondiale. Da qualche settimana, ben più mestamente, tocca invece valutare il rischio che l'economia si arresti di nuovo, come effetto della tempesta che si è abbattuta sui debiti e sui mercati.
Il pericolo è concreto? Lettera43 ha raccolto i segnali (negativi) in arrivo dal mondo produttivo, dai consumatori e dalle Borse, in Europa e in America. Chiedendo agli esperti di interpretarli.
Il verdetto non è confortante: il mondo si prepara a un lungo periodo di stagnazione. E cioè ad anni di crescita asfittica o nulla, con minime variazioni della ricchezza nazionale e del reddito dei cittadini. Usa: consumi fermi, disoccupazione record e Pil in calo.
La prova che la situazione è seria l’ha fornita il 9 agosto la Federal reserve, la Banca centrale che regola le politiche economiche americane. Spaccata come mai prima nella sua storia, ha deciso di mantenere i tassi di interessi degli Stati Uniti prossimi allo zero fino al 2013: un modo per sostenere l’economia, ha spiegato il capo Ben Bernanke, stimolando i consumi e finanziando le aziende e i privati. Ma anche un rischio: quello di far crescere l’inflazione.

IL PIL IN PICCHIATA. Ce ne è bisogno? Sì, perché i fondamentali dell’economia non sono rassicuranti. Le stime sulla crescita per il 2011 sono state ribassate dal 3,5 al 2%. Il Prodotto interno lordo (Pil) degli Stati Uniti nei primi tre mesi dell’anno è cresciuto solo dello 0,4%: le stime erano di un +1,9%.
E tra settembre e dicembre 2010 - che pure, con il +2,8%, è stato l’anno migliore dallo scoppio della crisi nel 2008 - l’aumento della ricchezza si è fermato al 2,3%, in calo dello 0,8 rispetto al trimestre precedente.
Peggio è andata al potere di acquisto dei consumatori, da cui dipende il 70% dell’intera attività economica nazionale. L’aumento della capacità di spesa nella prima metà del 2011 è rimasto inchiodato allo 0,1%, mentre il 9,2% degli americani è ancora senza un lavoro. E le case, antico bene rifugio, hanno perso il 30% del proprio valore in cinque anni.

LA FUGA DAI MERCATI. I dati sull’economia reale si incrociano poi con quelli finanziari. Dopo l’estenuante trattativa sul tetto al deficit federale e il declassamento del debito da parte di Standard & Poor's, Wall Street viaggia al ribasso: è arrivata a perdere il 6,6% in un’unica seduta, lunedì 8 agosto, il risultato peggiore dal 2008.
Ogni nuova giornata è un giro sulle montagne russe. E il calo nella richiesta di commodity, petrolio in testa, non dice nulla di buono: il brent ha raggiunto il prezzo minimo degli ultimi sei mesi, segno che le imprese consumano meno energia, quindi producono di meno.
«Predire il futuro è impossibile, ma i segnali sul fronte del lavoro e sui consumi non lasciano pensare nulla di buono sull’eventualità di un riacutizzarsi della crisi», ha spiegato a Lettera43.it l’economista americano Michael Goldberg, docente all’Università del New Hampshire. «L’America dovrebbe essere la locomotiva del mondo e non va affatto bene. Ma c’è anche da dire che a livello finanziario l’Europa è messa persino peggio: potrebbe essere il vecchio continente a trascinare nel baratro gli Usa».

Europa: la produzione industriale frena e Borse a picco.
L’angoscia per la solvibilità dei debiti italiano, spagnolo e, più di recente, francese ha in effetti creato sulla nostra sponda dell’Atlantico una nevrosi senza precedenti. Non è bastato finora l’acquisto da parte della Banca centrale europea (Bce) dei titoli di Stato emessi da Roma e Madrid per calmare gli speculatori e i sussulti delle borse: il 10 agosto, già diventato un nuovo “mercoledì nero”, le piazze europee hanno bruciato in un colpo 178 miliardi di euro.
Se il piano della Bce per calmierare i mercati e i rendimenti su bond e bonos non dovesse funzionare, oltretutto, l’istituto corre il rischio di trovarsi in pancia asset “tossici” che potrebbero costringerlo a una ricapitalizzazione onerosissima.

LE AZIENDE AL PALO. Ma se la finanza tramortisce gli animi, l’economia reale quantomeno preoccupa. Proprio la Bce nell’ultimo rapporto, l’11 agosto, ha dovuto riconoscere che esistono numerose indicazioni di un’attenuazione della crescita, soprattutto nel prossimo futuro. Nel 2011, stando agli analisti, l'Europa dovrebbe segnare complessivamente un + 1,9%, mentre l'anno prossimo si prevede un calo all'1,6%.
Più che le performance asfittiche del Pil nella fascia meridionale del continente - quest’anno l’Italia potrebbe non arrivare nemmeno all’1%, come ha rilevato con preoccupazione lo stesso istituto - sono significative quelle del Nord operoso, Germania in testa.
La locomotiva d’Europa nel 2010 ha raggiunto il record di aumento della ricchezza nazionale dalla riunificazione: +3,4%. Ma gli entusiasmi si stanno raffreddando. Lo dicono, più che le stime sul Pil dimezzate rispetto all’anno precedente, i dati riferiti alla produzione industriale e alle esportazioni, vero motore dell’economia: a giugno hanno marcato un calo rispettivamente dell’1,1 e dell’1,2%.
Anche in Francia la aziende arrancano: -1,6% a giugno. E la previsione di crescita, fissata al 2% dal governo, si scontra con due trimestri in cui l’aumento effettivo si è limitato a + 0,2 e +0,5%.

IL CONTAGIO A MAIN STREET. «La debolezza dei mercati finanziari si traduce in un rallentamento dell’economia reale perché viene a mancare la fiducia delle aziende e dei consumatori », ha spiegato a Lettera43.it Kasper Bartholdy, direttore degli analisti dei mercati emergenti nella sede londinese di Credit Suisse. «Oltretutto, l’entrata in vigore di Basilea 3, la nuova regolamentazione della capitalizzazione del settore bancario, impone agli istituti di minimizzare i rischi. La conseguenza più probabile sarà una restrizione dell’accesso al credito. E quindi ulteriori difficoltà a reperire denaro da investire per spingere la produzione e far ripartire l’economia».

L’austerity affossa la crescita, ma il debito va ridotto.
America ed Europa insomma annaspano. Mentre la Cina continua a galoppare - le previsioni parlano di un Pil in crescita del 10,3% - avendo perso però il controllo dell’inflazione, che è arrivata al 6,5%. E richiederà quindi un intervento monetario severo per tornare a livelli sostenibili.
I motivi di preoccupazione, in effetti, oggi arrivano non tanto dall’assodata diagnosi dello stato di salute dell’economia mondiale, quanto dalle cure intraprese per raddrizzarla.
La priorità è diventata quella di garantire la solvibilità dei debiti sovrani, siano essi ipertrofici a causa della cattiva gestione della cosa pubblica oppure ingigantiti dalle misure di sostegno varate per arginare la crisi dei mutui subprime del 2008.

IL MANTRA DEL RIGORE. Tanto l’America quanto i Paesi europei hanno varato misure di austerity draconiane per riportare la spesa sotto controllo. I tagli sono mastodontici: negli States, il presidente Obama ha firmato un accordo per 2 mila miliardi di dollari di risparmi in dieci anni. E l’Italia, con le debite proporzioni, ha già licenziato una manovra da 43 miliardi di euro entro il 2013: ulteriori salassi sono poi in arrivo.
Il rigore fiscale è necessario e ineludibile, ma rischia di indebolire i già ristretti margini di crescita togliendo fiato agli investimenti.

IL PIL DROGATO. «La situazione è velenosa: quando la crescita è così debole, bisognerebbe guardare oltre l’immediata esigenza di appianare il bilancio e ridarle slancio con investimenti statali», ha spiegato ancora Goldberg. «Tuttavia, è vero che finché non ci si sgrava dal debito è impossibile sperare in una crescita sana e autentica. Per questo mai come oggi sarebbe necessario pensare a politiche fiscali ed economiche ben bilanciate: la durata di questa crisi dipende dal coraggio e dalla lungimiranza delle scelte politiche».

La Bce bloccata dalla politica: così si genera la stagnazione.
Se per evitare la recessione bisogna fare affidamento sulla capacità dei governi, però, un po’ di pessimismo è lecito. Obama ha dimostrato al mondo di essere ostaggio dell’oltranzismo del Tea party, disposto a far crollare l’economia Usa - e con lei quella del resto del mondo - piuttosto che accettare di far pagare un solo centesimo di tasse in più ai ricchi americani.
Il vecchio continente non è da meglio: l’Eurozona manca completamente di capacità di coordinamento. Singoli interessi e reciproche diffidenze hanno ritardato gli aiuti alla Grecia tanto da rendere la crisi sistemica.
E il board della Bce e il G7 sono costretti ad affannose riunioni notturne a spade sguainate per placare l’avidità degli speculatori e salvare l’Europa dal tracollo.

LO STALLO POLITICO. «La Banca centrale europea avrebbe le munizioni per fermare le turbolenze dei mercati: dovrebbe impegnarsi in un programma veramente massiccio di acquisto di titoli di Stato», ha concluso l’analista di Credit Suisse. «I vincoli politici le impediscono però di farlo. Così l’Europa rinuncia allo strumento migliore che ha per fermare la crisi. E i rischi per l’economia sul lungo periodo aumentano».
Non è detto che questo significhi automaticamente il double dip. Ma molti segnali e altrettanti errori aumentano le possibilità. «Le chance di sprofondare nel baratro sono del 50%», ha chiosato l’economista americano. «E comunque, guardando i numeri, si può dire una cosa: se anche dovessimo evitare una recessione, la crescita per i prossimi due anni sarà talmente asfittica che la sensazione sarà quella della recessione».

Detto in altre parole, la stagnazione ci attende.

Fonte: Lettera43  

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giovedì 18 agosto 2011