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Perde colpi la fabbrica cinese

Perde colpi la fabbrica cinese

Perde colpi la fabbrica cinese di Luca Vinciguerra

L'aumento del costo del lavoro. La rivalutazione dello yuan. I trasporti sempre più cari. Il taglio dei rimborsi sull'Iva alle esportazioni. Le normative ambientali sempre più severe. Le quotazioni folli raggiunte da materie prime e petrolio. E ora ci si mette anche la crisi finanziaria internazionale, che rischia di impattare pesantemente sull'economia reale.
Produrre in Cina è sempre meno conveniente. Per questo, negli ultimi dieci mesi, moltissime aziende straniere hanno deciso di spostare le proprie manifatture in altri Paesi del Sud-Est asiatico. Se non addirittura di chiudere per sempre i battenti, come ha già fatto un esercito di aziende di Taiwan e Hong Kong operanti nel Guangdong.

I margini di profitto, spesso già ridotti all'osso, si sono azzerati: in queste condizioni, dovremmo lavorare in perdita, è il lamento unanime degli imprenditori in fuga dalla fabbrica del mondo. Imprenditori che, da quando la crisi dei mutui subprime ha iniziato a prosciugare la liquidità a livello globale, fanno fatica anche a trovare le linee di credito per finanziare le loro attività.

Ma quanto sono aumentati realmente i costi di produzione in Cina? È difficile calcolarlo, anche perché il ventaglio delle produzioni e le strutture dei costi cambiano radicalmente da prodotto a prodotto. Per tentare di rispondere abbiamo preso due beni di consumo made in China che finiscono nel carrello degli acquisti di migliaia di famiglie americane ed europee: un trapano Black & Decker e un servizio di sei tazzine da caffé, abbiamo effettuato un break down dei loro costi di produzione e abbiamo provato a calcolare di quanto sono aumentati negli ultimi cinque anni. Il quartier generale cinese di Black & Decker si trova a Suzhou. Ma il grosso della produzione del colosso americano è sfornato da oltre 200 fornitori locali, sparsi in tutto il Paese. «Una volta siglato il contratto di fornitura, tutti gli eventuali incrementi di costo sono a carico dell'azienda responsabile della commessa», spiega Jack Ye, direttore dell'ufficio acquisti di Shanghai di Black & Decker. Dunque, per stimare di quanto sia lievitato il prezzo finale, bisogna fare i conti in tasca ai sub-contractor del gruppo Usa.

Dal 2003 al 2008, la materia prima indispensabile per fabbricare l'utensile - prevalentemente rame, alluminio e acciaio - ha registrato un aumento delle quotazioni di oltre il 50 per cento. La rivalutazione dello yuan sul dollaro ha pesato per il 21 per cento. La riduzione dei rimborsi sull'Iva dovuta dalle società esportatrici (una misura applicata a tutte le aziende di diritto cinese, comprese quindi le joint venture straniere e le cosiddette wholly owned foreign enterprises) ha ridotto di un altro 8% la competitività dei trapani Black & Decker made in China rispetto al 2003. Frattanto, il costo del lavoro è quasi raddoppiato: la paga mensile di un operaio, che nel 2003 era intorno ai 600 yuan (circa 60 euro al cambio odierno), oggi è di circa 1.200 yuan.

Infine, visto che il grande balzo del prezzo del petrolio è avvenuto prima della scorsa estate, i trasporti: se nel 2003 portare un container dalla fabbrica di Suzhou al vicino porto di Shanghai costava all'azienda americana 2.200 yuan, oggi ne costa 3.100. Nonostante il boom dell'oro nero, l'energia è l'unico fattore di produzione ad aver registrato aumenti di costo ininfluenti sulla formazione finale del prezzo di vendita del trapano Black & Decker. «A conti fatti, oggi - spiega Jack Ye - un nostro trapano costruito in Cina costa al consumatore finale oltre il 40% di più rispetto a cinque anni fa. Per giustificare il forte aumento di prezzo ai loro clienti, le grandi catene americane come Wal-Mart o Home Depot hanno studiato specifiche politiche di marketing, come il prezzo bloccato per un anno, il cambio continuo dei modelli e l'innovazione di prodotto».

Se i fornitori della Black & Decker sono sparpagliati per tutta la Cina, la produzione del servizio da caffé è concentrata a Chaozhou, cittadina del Guangdong a pochi chilometri dal confine con la provincia di Fujian, che sforna circa il 65% della porcellana made in China destinata ai mercati internazionali. Siamo andati a fare i conti in tasca ai 1.500 imprenditori che da un paio di generazioni vivono modellando i manufatti in ceramica.
In questo caso la materia prima, sebbene tra il 2003 e il 2008 abbia registrato un aumento di prezzo del 30%, ha avuto un impatto piuttosto limitato sul prezzo finale. Al contrario, la bolletta energetica - che negli ultimi cinque anni è aumentata del 35% - ha tagliato le gambe ai ceramisti di Chaozhou.
«Per cuocere la porcellana servono forni che raggiungono anche temperature di mille gradi. Per farli funzionare servono enormi quantitativi di gas. Ecco perché l'energia è una voce di costo primaria per le piccole e medie aziende che producono ceramica», spiega Giordano Pellegrino, direttore di Mercury, società di trading nel settore casalinghi e articoli da regalo.

Il rimborso fiscale sull'Iva, l'incentivo che per anni ha consentito a centinaia di imprese locali di fare profitti producendo manufatti su larga scala, l'anno scorso è stato abbattuto dal 13 o dal 17% (a seconda delle categorie merceologiche) al 4 per cento.

La nuova legge sul lavoro, entrata in vigore il 1° gennaio, ha invece aumentato del 40% in un colpo solo il costo della manodopera. Nel contempo, i tecnici specializzati stanno diventando merce sempre più rara, con il risultato che il loro salario continua a lievitare.

I costi di trasporto sono andati alle stelle: gli operatori del settore stimano che, negli ultimi 5 anni, le tariffe siano cresciute di circa il 60 per cento. E anche quelli d'imballaggio: solo negli ultimi sei mesi, il costo delle scatole regalo è aumentato di oltre il 40 per cento.

Ultimo, lo yuan. La rivalutazione del 21% sul dollaro messa a segno dal luglio 2005 ha avuto un impatto maggiore sul servizio da caffé che sul trapano. Nell'incertezza di ulteriori futuri apprezzamenti, ogni produttore calcola "a modo proprio" il tasso di cambio da applicare alla commessa. Così facendo, il prezzo finale diventa molto volatile. E ora, dopo il recente recupero del dollaro sull'euro che automaticamente si è trascinato dietro lo yuan, anche vendere a prezzi concorrenziali nel Vecchio Continente sarà sempre più arduo.

«Molte fabbriche del settore che prima lavoravano con margini astronomici - aggiunge Pellegrino - fanno fatica a produrre a break even perché non stanno più dentro i costi di produzione. Oggi, con gli stessi soldi del 2003, anziché comprare un servizio da sei tazzine, al più è possibile acquistarne uno da quattro, pari a un aumento del 50% del costo».  

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venerdì 17 ottobre 2008