Rapporto CSC (Centro Studi di Confindustria): documento completo
Rapporto Centro Studi di Confindustria.
Italia in recessione: documento completo.
L’economia italiana è in recessione. Il CSC prevede per l’intero 2008 una diminuzione del PIL dello 0,1%, in forte contrasto con l’aumento dell’1,5% conseguito nel 2007. Iniziata nel secondo trimestre, la contrazione si chiuderà nel quarto. Siamo prossimi al punto di minimo dell’attuale fase congiunturale. Permangono rischi di debolezza internazionale, ma si intravedono primi timidi segni di caduta, rimbalzo, ripresa. Sull’economia mondiale si stanno manifestando le piene conseguenze del triplice shock avvenuto, mettendoli in ordine di apparizione, nel settore immobiliare, nella finanza e nel mercato delle materie prime, soprattutto energetiche. L’ultima parte del 2008 si presenta, confermando le attese del CSC, come il momento più basso della congiuntura, con echi prolungati in avvio di 2009. È la fase acuta della crisi. Tutte le principali economie industriali sono sull’orlo o già dentro la recessione e questo sincronismo ne accentua la debolezza, attraverso i consueti meccanismi di trasmissione commerciali e di aspettative.
Lo scenario globale, guardando oltre gli indicatori attuali in veloce peggioramento, contiene i presupposti della svolta. Si sta preparando il terreno per il rilancio. Il rapido ripiegamento del petrolio (verso 90$ o sotto, come ritenuto probabile a giugno dal CSC), i segnali di stabilizzazione nei prezzi e nelle vendite di case in USA e il recupero del dollaro possono generare un rimbalzo della fiducia, della domanda e delle attività produttive, particolarmente compresse dai record segnati all’insù dal greggio e all’ingiù dalla moneta americana. Da qui partirà la ripresa che, rimossi gli ostacoli temporanei alla crescita, si dispiegherà nella seconda metà del 2009 e sarà sostenuta dalla forza profonda dello sviluppo nei paesi emergenti e dall’estendersi dei vantaggi della rivoluzione tecnologica. È questa la prima manifestazione di fiducia contenuta nelle previsioni del CSC. La seconda è che l’Italia ha la possibilità di agganciare il rilancio internazionale, assecondando e rafforzando la trasformazione in corso nel settore manifatturiero.
Le prospettive più rosee per l’economia reale contrastano con la tempesta finanziaria ancora in atto. A oltre un anno dal suo primo manifestarsi, la crisi sembra aggravarsi e allargarsi con un crescendo di importanza negli istituti bancari travolti, nell’ammontare delle perdite dichiarate, negli interventi delle autorità monetarie. Il suo esito appare tutt’altro che prossimo anche per le evidenti difficoltà di interrompere, con strumenti appropriati e sistemici (piuttosto che con salvataggi estemporanei e caso per caso), il circolo vizioso di illiquidità dei mercati, svalutazioni degli attivi delle banche e conseguenti vendite innescate dalla necessità di ridurre le posizioni. Qualche valida proposta esiste ma non ha ancora raccolto il necessario consenso. È la fine di un’epoca, non la fine del mondo. Sono però ancora incerti i tratti di quel che verrà a sostituire ciò che sta scomparendo. Due insegnamenti si possono già ricavare. Pur nelle intemperie, le borse ben regolate, trasparenti e con una molteplicità di operatori hanno continuato a funzionare senza intoppi. All’opposto, sono emerse gravi lacune nelle norme e nelle condotte della vigilanza e negli incentivi che guidano i comportamenti. La fallacia appare più nelle policy che nei mercati. E il ritardo con cui si comprende appieno la natura della crisi e si appronta il piano per terminarla ne è una conferma.
Per quanto prolungata e profonda, la tempesta finanziaria non ha finora contagiato l’economia reale per la via diretta della restrizione del credito. L’ha invece colpita indirettamente, tramite altri mercati: la nuova brusca caduta del dollaro tra il principio dell’estate 2007 e il principio dell’estate 2008 e la bolla delle materie prime (molto evidente sia nel suo gonfiarsi e soprattutto nello scoppio) sono figlie gemelle della fuga dei capitali in cerca di investimenti-rifugio. Si sono rafforzate a vicenda, hanno diffuso instabilità, sfiducia e perdita di potere d’acquisto nei paesi industriali. Contenevano in sé la cura, consistente in una dolorosa recessione della domanda di consumi, soprattutto di beni energetici ed energivori.
Non sempre le risposte delle politiche economiche hanno rafforzato la capacità dell’economia reale di reggere all’urto della crisi finanziaria. A livello europeo si conferma la necessità di un miglior coordinamento delle politiche di bilancio, che dia spazi di manovra maggiori rispetto all’automatico funzionamento degli stabilizzatori (cioè la riduzione del gettito fiscale e il sostegno ai redditi familiari), senza mutare l’impostazione del pareggio lungo il ciclo, ossia la filosofia del Patto di stabilità. Il ricorso alla BEI per investimenti in infrastrutture può essere un primo embrione di azione europea concertata.
La strada maestra sono le riforme che accrescono l’efficienza e la flessibilità dei sistemi economici, la loro capacità di reazione agli shock. In questa fase sono però indispensabili misure mirate a favore delle famiglie più colpite dal rincaro dei beni di prima necessità.
L’inflazione non è una vera minaccia. L’accelerazione dei prezzi al consumo è rimasta confinata ai prodotti intensivi di energia e agli alimentari. È destinata a esaurirsi rapidamente, tanto più con l’arretramento delle quotazioni del petrolio. Ciò sta già avvenendo in alcuni paesi emergenti, a cominciare dalla Cina, che continuerà a esercitare una pressione al contenimento dei listini su scala globale. Le impostazioni sui tassi di FED e BCE, ora opposte, tenderanno a convergere con un rialzo da parte della prima e un ribasso da parte della seconda. In Italia l’aumento annuo dei prezzi al consumo torna verso il 2% a fine 2009.
La discesa sottozero della crescita italiana nel 2008 conferma che nelle previsioni di giugno del CSC il mantenimento del segno positivo davanti alla variazione del PIL era una nota di ottimismo. La valutazione dei fattori fondamentali è sostanzialmente la medesima. Durante la recente e breve espansione l’Italia non è riuscita a chiudere il divario di performance rispetto alle altre nazioni europee. Questo divario si è anzi ampliato perché l’economia italiana ha rallentato prima e in modo più marcato. Ora c’è l’opportunità di ridurlo e quasi annullarlo. Quest’opportunità va colta e il CSC assume che ciò avvenga, ipotizzando l’aggancio immediato e pieno alla ripresa internazionale, come si legge nella variazione annua del PIL a fine 2009 vicina a quella media di Eurolandia: +1,3% contro +1,6%. Nei dati per l’intero anno addirittura l’economia italiana accelera, da –0,1% a +0,4%, mentre le altre frenano ancora (da +1,8% a +0,8% gli USA e da +1,3% a +0,9% l’eurozona).
Ma è l’effetto illusorio dello sfasamento nel rallentamento e della sincronia nella ripartenza. La contrazione del PIL italiano nel 2008 proviene dai consumi, in diminuzione per la seconda volta nel dopoguerra, dopo quella del ‘93, e dagli investimenti. Prosegue invece l’aumento dell’occupazione, sullo slancio ereditato dal 2007. Le retribuzioni reali salgono, nonostante l’accelerazione dei prezzi al consumo, grazie ai recenti robusti rinnovi contrattuali. In compenso la produttività scende e il clup erode un’altra ampia fetta di competitività. La quota del lavoro sul PIL tende ad alzarsi ulteriormente da valori storicamente elevati mentre vengono ancora compressi i margini di profitto, che sono inadeguati nel confronto internazionale.
Nel 2009 il PIL italiano cresce dello 0,4%. Il maggior potere d’acquisto liberato dal petrolio meno caro viene in parte compensato dall’effetto restrittivo della manovra di bilancio pubblico, che lodevolmente punta al pareggio entro il 2011 soprattutto attraverso il contenimento della spesa. La pressione fiscale non scende, ma ciò non è incompatibile, purché si riduca l’evasione, con una diminuzione delle aliquote. Questa è assolutamente necessaria giacché per i contribuenti che ottemperano alle norme l’incidenza di imposte e contributi è pari al 53% del reddito. I tagli agli investimenti pubblici, per quanto comprensibili data la priorità del risanamento, sono controproducenti sul fronte dell’onerosa carenza di infrastrutture e su quello del contrasto della debole congiuntura.
Per afferrare la ripresa occorre far leva sulla trasformazione del settore manifatturiero, che ha consentito al made by Italy di riconquistare quote sul commercio mondiale e mantenere fin qui nel 2008 un buon dinamismo delle vendite all’estero. Questa trasformazione, analizzata in Scenari economici a dicembre e a giugno, è incentrata sullo spostamento verso prodotti a più alto contenuto di innovazione e con maggiore qualità, sull’internazionalizzazione, su nuovi assetti organizzativi e di governance, su una dimensione più adatta a competere a livello globale.
È un processo ancora in atto e denso di positive ricadute. Per riuscire a sfruttarle occorre introdurre riforme che rimuovano le inefficienze nella pubblica amministrazione, liberalizzino i servizi con iniezioni di concorrenza, estendano il riconoscimento del merito in ogni ambito. Il federalismo fiscale può essere uno strumento di responsabilizzazione degli amministratori locali e quindi di miglioramento del contesto economico in cui operano le imprese e di maggiore soddisfazione dei cittadini, oltre che di equità e solidarietà. Va assolutamente scongiurato che esso si traduca in spesa pubblica e tassazione più alte. I servizi pubblici locali, oltre a essere sempre più rilevanti nelle dimensioni economiche, sono emblematici del modo della politica di intervenire nell’economia anche a livello decentrato, con grave danno per le imprese private costrette a subire una forma di concorrenza sleale. La loro riforma non appare compiuta e in alcuni casi le misure adottate rappresentano passi indietro rispetto alla normativa esistente.
Il nuovo modello contrattuale in discussione tra i sindacati e Confindustria è cruciale per promuovere la produttività e rilanciare la crescita dei redditi di impresa e lavoro. Riesce nell’obiettivo se rende la dinamica delle retribuzioni capace di riflettere la crescente eterogeneità e complessità del sistema economico italiano, dimostrate dalle analisi di Banca d’Italia e Mediobanca. Per far ciò deve liberare risorse per la contrattazione di secondo livello e legare di più le buste paga alla redditività delle imprese, superando la logica antagonistica e promuovendo partecipazione e cooperazione.
1.1 L’economia italiana
L’economia italiana è in recessione. Il CSC prevede per l’intero 2008 una diminuzione del PIL dello 0,1%, in forte contrasto con l’aumento dell’1,5% conseguito nel 2007. Iniziata nel secondo trimestre, la contrazione si chiuderà nel quarto. Siamo prossimi al punto di minimo dell’attuale fase congiunturale. Permangono rischi di debolezza internazionale, ma si intravedono primi timidi segni di stabilizzazione che preludono a una svolta. Se confermati, nel 2009 inoltrato comincerà la ripresa, cui l’Italia ha la possibilità di agganciarsi.
Nel prossimo anno il CSC indica nello 0,4% l’incremento del PIL, con un’accelerazione significativa: dal –0,1% dell’ultimo trimestre 2008 al +1,3% del quarto 2009. Il cambio di passo è sincronizzato con quello delle altre maggiori economie dell’area euro. Un’assunzione forte se si osserva il ritardo con cui nel recente passato è avvenuta la ripartenza italiana rispetto al riavvio del ciclo espansivo internazionale. Ciò incorpora i progressi nell’internazionalizzazione delle imprese industriali e soprattutto l’adozione di opportune politiche.
L’Italia, oltre a non essere riuscita a chiudere il divario di crescita durante la fase di accelerazione del ciclo, ha rallentato prima delle altre nazioni europee, anche per le ripercussioni della corposa e necessaria riduzione del deficit pubblico nel 2007. Si rimetterà in marcia assieme a esse se riuscirà ad assecondare l’intensa trasformazione del settore manifatturiero (documentata e analizzata negli ultimi due Scenari economici del CSC) estendendo i fattori di competitività all’intero Paese. Sono cruciali il contenuto e la concreta realizzazione delle riforme strutturali, che formano l’agenda di politica economica del Governo, e del nuovo modello di contrattazione delle retribuzioni. Senza questi interventi si confermerà il divario di crescita di un punto percentuale sperimentato negli ultimi dieci anni. Al presente l’economia italiana deve fronteggiare i venti contrari internazionali. Le turbolenze sui mercati finanziari, il diffondersi della crisi immobiliare anche in vari paesi europei, gli elevatissimi prezzi delle materie prime, l’aggiustamento degli squilibri americani, l’aumento dei tassi d’interesse nell’eurozona e il cambio forte della moneta unica , che tale resta anche dopo il recente deprezzamento, stanno dispiegando appieno gli effetti frenanti. Incideranno sulla crescita per almeno altri due trimestri. La morsa valutaria e lo shock delle commodity si sono solo attenuati rispetto all’apice toccato in luglio. Gli indicatori congiunturali convergono nel delineare un profilo del PIL italiano ancora in calo negli ultimi due trimestri dell’anno, dopo il –0,3% del secondo.
Seguirà nel 2009 il ritorno alla crescita, sintonizzata con la ripresa internazionale che si rafforzerà nel secondo semestre, grazie anzitutto al ripiegamento dei prezzi di petrolio e materie prime alimentari. Un importante sostegno arriverà dai progressi dell’economia americana, che beneficerà del ridimensionamento della crisi delle costruzioni residenziali e della politica monetaria molto espansiva.
La dinamica del PIL italiano nel 2009 risentirà dell’effetto restrittivo della manovra di finanza pubblica che, secondo il CSC, sottrarrà 0,3 punti percentuali alla crescita. Ciò in parte attenuerà le ricadute positive che il calo a 90 dollari del prezzo del petrolio avrà attraverso la riduzione dell’inflazione e il rilancio della fiducia. Va sottolineato che in euro la diminuzione della quotazione del greggio è più che dimezzata per il contemporaneo recupero della moneta statunitense.
La riduzione dei consumi, soprattutto di beni durevoli ed energivori, la caduta degli investimenti e la frenata della domanda estera hanno inciso sulla produzione industriale. Dopo un primo trimestre aiutato da condizioni meteo e statistiche (+0,7% congiunturale), l’attività nell’industria è tornata a scendere nel successivo (–0,7) e ha cominciato in netta contrazione il terzo (–1,1% in luglio su giugno, –1,5% nel manifatturiero). Gli ordini indicano ulteriori arretramenti nel corso del secondo semestre. Le famiglie italiane hanno tagliato i consumi nel 2008. Il CSC stima una diminuzione dello 0,1% (+1,4% nel 2007). È la prima contrazione dal 1993, la seconda nel dopoguerra. Il reddito disponibile è salito in termini reali. L’incremento annuo delle retribuzioni (+3,8% nel totale dell’economia, il più forte dal 1997), ha pienamente compensato l’equivalente crescita dei prezzi al consumo (+3,6%), mentre l’occupazione è salita sullo slancio della prima metà dell’anno (+0,7%). La percezione di impoverimento, guidata per lo più dai prezzi dei beni energetici e alimentari in rapido aumento, ha indotto a ridurre la spesa. Un aiuto viene dalle misure varate a metà 2008 (ICI, mutui, detassazione straordinari).
Per i prossimi mesi non sono attesi rapidi miglioramenti. L’indice di fiducia ISAE ha un trend decrescente. L’ICC di Confcommercio, che misura le vendite in volume, è negativo da gennaio e segnala un marcato calo degli acquisti di beni e servizi per la mobilità, servizi ricreativi e prodotti alimentari. La profonda flessione delle immatricolazioni di auto (–26,4% in agosto rispetto al dicembre 2007, dati destagionalizzati) ribadisce le difficoltà congiunturali.
Nel 2009 la variazione dei consumi delle famiglie tornerà positiva (+0,4%) grazie alla netta decelerazione dei prezzi, mentre le retribuzioni reali continueranno ad avanzare, seppur lentamente (+0,4% complessivo nel biennio). Inoltre, i guadagniì occupazionali saranno significativi, nonostante il lento incedere dell’attività produttiva.
Per gli investimenti fissi lordi il CSC stima una contrazione dell’1% nel 2008 (+1,2% nel 2007). Costituiscono la componente più debole della domanda. Le valutazioni negative degli imprenditori sulle condizioni economiche e l’aumento del costo reale del denaro (si veda il riquadro La BCE si sgancia dalla FED e non sostiene più il PIL) scoraggiano l’acquisto di attrezzature produttive e mezzi di trasporto, in linea con il ciclo manifatturiero. Sono piatti gli investimenti in costruzioni.
Nel 2009 la ripresa e la riduzione dei tassi di interesse determineranno il lento riavvio degli investimenti (+0,3%). Nel 2008 la decelerazione del commercio mondiale, concentrata nell’ultima parte dell’anno, e le conseguenze ritardate dell’euro forte dimezzano la crescita in volume delle esportazioni italiane: +2,5% dal +5% del 2007. Una frenata analoga si registra negli altri principali paesi esportatori europei, rispetto ai quali la dinamica dell’export italiano è allineata.
Nel 2009 il tasso di cambio più favorevole – il CSC prevede un recupero del 10% del dollaro sull’euro e sono in atto movimenti simili di yen e yuan – e il rilancio della domanda nei mercati più importanti per il made in Italy porteranno al 3% l’aumento delle vendite italiane all’estero. In questo scenario aumenta quest’anno il contributo alla crescita del PIL delle esportazioni nette (0,3%), poiché la variazione della domanda interna è negativa (–0,4%) e rallentano bruscamente le importazioni (+1,4% da +4,4% nel 2007). Specularmente nel 2009 il loro contributo sarà limato di un decimo di punto dalla crescita più sostenuta delle importazioni (+2,1%). Il ridimensionamento del prezzo delle materie prime, iniziato in estate, si protrarrà nel 2009 e, pur in presenza di una minor forza dell’euro, determinerà un sensibile guadagno delle ragioni di scambio: +1,1% il differenziale tra i deflatori di export e import. Ciò, assieme alle dinamiche dei volumi, riporterà in attivo la bilancia commerciale italiana, con un surplus pari allo 0,9% del PIL (contro il pareggio del 2008). La crescita negativa si ripercuote sul mercato del lavoro. Già nel 2007 l’occupazione ha rallentato all’1%, seguendo il PIL. Nell’anno in corso il CSC stima un +0,7% per i posti di lavoro nell’intera economia. Ciò implica un’elasticità dell’occupazione rispetto al PIL che rimane elevata, come dimostrano i dati del secondo trimestre, dopo aver bruscamente cambiato rotta nel quarto 2007 e nel primo 2008, portandosi sotto l’unità1. Tuttavia, si osserva una riduzione notevole negli occupati dell’industria in senso stretto (–1,2%). Ciò può indicare il ritorno a scelte di risparmio di lavoro da parte delle imprese, a fronte del forte aumento del clup, assoluto e relativo ai maggio- ri paesi concorrenti, registrato in questi anni, e ancora nel 2008 (+4,1%) e dell’aumento ai massimi storici della quota del reddito da lavoro sul PIL (si veda il capitolo 2 di Scenari economici di giugno 2008). Nel 2009 l’occupazione totale frenerà ancora (0,4%), registrando con ritardo la recessione prima e la ripresa poi. La dinamica dei posti di lavoro nell’industria in senso stretto rimarrà negativa (–0,4%). Più vivace sarà l’incremento occupazionale nei servizi (+2,0% nel 2008 e +1,1% nel 2009).
I dati di Contabilità nazionale dei primi due trimestri 2008 suggeriscono queste tendenze. Infatti, pur in presenza di un PIL nell’insieme stagnante, le unità di lavorototali occupate sono salite dello 0,9% complessivamente, con una variazione tendenziale prossima all’1%. Nei servizi il guadagno occupazionale cumulato è stato dell’1,4%, con un +2,3% tendenziale nel secondo trimestre, quando l’industria in senso stretto mostra una significativa riduzione annua delle unità di lavoro (–1,3%), con una diminuzione dello 0,4% nei primi sei mesi del 2008. Le rilevazioni ISAE presso le imprese manifatturiere sulla tendenza dell’occupazione a tre mesi confermano le minori intenzioni di assumere nella seconda metà dell’anno in corso.
I dati sulle forze di lavoro mostrano un aumento del tasso di disoccupazione destagionalizzato al 6,5% nel primo trimestre 2008 dal 6,2% nell’ultimo trimestre 2007. Tale incremento deriva dall’aumento delle persone che cercano attivamente un impiego. Tale fenomeno si può spiegare con la fase di difficoltà dei redditi familiari e la presenza di una disoccupazione comunque bassa che incoraggiano la ricerca di un impiego. Sembra dunque aumentare il costo opportunità di rimanere inattivi e fuori dal mercato del lavoro. Secondo il CSC il tasso di disoccupazione si stabilizza al 6,5% medio nel 2008 e sale al 6,8% nel 2009. Continua a essere deludente la dinamica della produttività del lavoro. Nei primi due trimestri del 2008 il valore aggiunto per unità di lavoro nell’intera economia è sceso dello 0,5% cumulato, con una variazione annua di -1% nei tre mesi primaverili. Nei servizi la produttività è in flessione (–1,0% nel primo semestre con un –1,6% tendenziale in primavera), mentre nell’industria è ferma. Il CSC stima nel 2008 una riduzione dello 0,8% della produttività del lavoro nell’intera economia e prevede nel 2009 un lieve progresso (+0,1%). La produttività nell’industria in senso stretto ristagna nel biennio (con una sequenza di –0,1% e +0,2%). Mentre cade nettamente nei servizi (–1,9% e –0,4% rispettivamente nel 2008 e nel 2009).
Il combinato dell’accelerazione delle retribuzioni e della diminuzione della produttività rende decisamente sfavorevole la dinamica del clup (costo del lavoro per unità di prodotto). il CSC stima un incremento del 4,7% nel 2008 per l’intera economia e del 4,1% nell’industria in senso stretto. Nel 2009 la dinamica rimane robusta (2,6%), ma più in linea con quella osservata nel passato decennio. Queste previsioni incorporano l’andamento dei primi due trimestri, con un +6,1% tendenziale raggiunto a primavera nell’intera economia (+5,2% nell’industria in senso stretto). Questi incrementi sono incompatibili con il miglioramentoì della competitività e la difesa a lungo andare dell’occupazione.
La retribuzione media per addetto cresce significativamente nel 2008: +3,8%, nonostante che i recenti rinnovi contrattuali siano stati siglati con un’inflazione attesa di poco superiore al 2% e che la produttività si riduca. Rallenteranno al 2,7% nel 2009. Queste dinamiche migliorano il potere d’acquisto delle buste paga (+0,2%) sia quest’anno, pur di fronte alla brusca accelerazione dei prezzi al consumo, sia il prossimo in presenza del raffreddamento del costo della vita. Forti le differenze settoriali. Le retribuzioni nel settore pubblico beneficiano di una robusta ascesa: +5,8% nel 2008 e +3,0% nel 2009. Nell’industria in senso stretto salgono del 4,0% nel 2008 e del 2,8% nel 2009. Meno brillante la loro dinamica nei servizi di mercato (+2,9% e +2,6%). L’aumento annuo dei prezzi al consumo è rimasto al 4,1% in agosto, massimo dal 1996. Ma la variazione degli ultimi tre mesi mostra un raffreddamento (dal 5,1% al 4,2% destagionalizzato e annualizzato) che proseguirà nel resto di quest’anno e nel corso del prossimo. La dinamica tendenziale si riporterà appena sotto il ritmo dettato dall’inflazione core, che resta vicino al 2%. L’incremento medio annuo sale al 3,6% nel 2008 dall’1,8% nel 2007 e scende al 2,5% nel 2009.
La causa principale dell’accelerazione del costo della vita è stata il rincaro delle materie prime e la previsione si fonda sul ritorno del prezzo del petrolio a 90 dollari e sulla moderazione elle quotazioni delle altre materie prime. Ciò ridurrà progressivamente la spinta delle componenti energetica e alimentare dell’indice dei prezzi, che a luglio salivano del 16,6% tendenziale e del 5,3% (alimentari freschi) e 6,8% (alimentari lavorati). La core inflation, calcolata al netto di tali componenti, è stabile attorno al 2% negli ultimi mesi. Qualche tensione si è avuta nei prezzi dei servizi (+3,4% ad agosto) mentre quelli dei beni industriali non energetici aumentano a ritmi moderati (+1%). Questa è la misura dell’inflazione di fondo, «fatta in casa», ed è la più corretta per monitorare, in presenza dei sensibili rialzi delle materie prime importate, le pressioni interne. Tra queste rimane elevato l’incremento del clup: +6,1% annuo nell’intera economia nel secondo trimestre 2008, +5,2% nell’industria in senso stretto e +7% nei servizi. I prezzi alla produzione viaggiano a ritmi inferiori e calanti: 3,9% a luglio quelli dei beni di consumo totali (da un picco del 4,4% a giugno), spinti dalle quotazioni delle commodity alimentari, 2,8% (da 3,2% in aprile) i listini dei beni di consumo durevoli e 2,9% (da 3%) quelli dei beni di investimento. I margini industriali continueranno a rimanere sotto pressione, per la difficoltà di scaricare a valle i rincari degli input.
Gli obiettivi del DPEF concretizzati nella manovra triennale, indicano un deficit in progressivo risanamento, da portare a termine entro il 2011.
Il CSC conferma la stima di giugno sull’indebitamento netto della PA al 2,5% nel 2008 e per il 2009 prevede un deficit del 2,2%, incorporando sia le misure varate (nell’ipotesi che risultino pienamente efficaci) sia la minor crescita. Le entrate aumentano di 0,2 punti al 47,4% del PIL nel 2008 e conservano il livello nel 2009. Le spese mostrano una forte accelerazione nel 2008, attestandosi al 49,9% del PIL, e nel 2009 tendono a riportarsi al 49,7%. L’aumento nel 2008 è imputabile totalmente alle poste correnti, mentre nel biennio le uscite in conto capitale restano invariate al 4,5% del PIL registrato nel 2007. La spesa per interessi sul debito nel 2008 sale al 5,1% del PIL, un decimo di punto in più rispetto al 2007 e resta ferma a quella quota nel 2009, come conseguenza di minori tensioni sui tassi e della riduzione del peso del debito pubblico. L’avanzo primario è confermato al 2,6% nel 2008 ed è stimato al 3,0% nel 2009. In conseguenza della bassa crescita, diminuisce lentamente il rapporto debito-PIL: 103,7% nel 2008 e 102,9% nel 2009. La manovra finanziaria del Governo contiene due novità importanti: la prospettiva triennale, con cui si dà attuazione agli obiettivi indicati nel DPEF, e l’approvazione anticipata a prima dell’estate. Una manovra ambiziosa negli obiettivi e negli strumenti che vale 36,7 miliardi: 30,6 di minori spese e 6,1 di maggiori entrate. Agisce attraverso un forte contenimento della spesa, auspicabile se determinato da misure di semplificazione ed efficienza della macchina amministrativa dello Stato che agiscono sulle uscite correnti; ma buona parte dei risparmi attesi (8,3 miliardi a regime nel 2011) è effettuata sugli investimenti pubblici, contrariamente a quanto richiesto dal deficit infrastrutturale del paese e lungo il sentiero pericoloso già più volte imboccato in passato. Inoltre, come hanno sottolineato sia la Banca d’Italia sia la BCE, da un lato la parte più consistente delle minori uscite è «soprattutto in programma per gli anni 2010 e 2011», dall’altro esse sono credibili se avvengono attraverso «regole ben progettate sul medio termine». I due aspetti sono tra loro coerenti: le buone regole generano miglioramenti cumulativi e quindi crescenti. Purché non si verifichi il consueto rinvio di interventi politicamente difficili. Sul fronte delle entrate la pressione fiscale rimane invariata per dare, correttamente, priorità al risanamento; tuttavia questa invarianza andrebbe perseguita attraverso la riduzione delle aliquote e contemporaneamente dell’evasione fiscale. L’incidenza delle imposte è infatti particolarmente elevata per i contribuenti che assolvono compiutamente al loro dovere.
Il fabbisogno di cassa della pubblica amministrazione nel primo semestre del 2008 si è attestato a 25,5 miliardi di euro, uno in meno rispetto al corrispondente periodo del 2007. Il buon andamento, determinato per lo più da un aumento delle entrate tributarie (confermato anche nei dati dei primi sette mesi: +5,4%), stride con quanto previsto nel DPEF. Nel quale il fabbisogno del settore pubblico (confrontabile con quello della PA ma non esattamente coincidente) è stimato a 45 miliardi (2,8% del PIL), quasi 20 aggiuntivi rispetto a quanto già raggiunto; ciò implicherebbe che nel secondo semestre il fabbisogno sia il 74,5% del dato cumulato nel primo. Dal confronto con gli ultimi quattro anni questo andamento appare quantomeno inusuale, visto che il fabbisogno della PA nella seconda metà dell’anno è risultato mediamente il 15,3% di quello conseguito nella prima, con un incremento di 6,8 miliardi. Si potrebbe trattare di una stima prudenziale, dettata dalla negativa congiuntura dell’economia italiana, anchese finora questa non si è riflessa in un peggioramento degli incassi tributari. Tale prudenza lascia traccia anche sull’indebitamento, fissato al 2,5% del PIL, mentre il fabbisogno fin qui registrato sarebbe coerente con un deficit molto inferiore e attorno al 2% del PIL. Una ragione del maggiore fabbisogno nel secondo semestre potrebbe essere lo sblocco dei pagamenti dei crediti di imposta (una forma occulta di debito pubblico), il cui stock è cresciuto rapidamente nella prima metà del 2008; secondo alcune stime i rimborsi dovrebbero salire dai meno di due miliardi nei primi sette mesi a più di dieci, gravando corrispondentemente sul fabbisogno.
Un’altra potrebbe essere il ripresentarsi della forbice tra fabbisogno e indebitamento. Il divario tra fabbisogno e indebitamento, che in passato è stata un’anomalia grave dei conti pubblici italiani denunciata nel 2001 proprio dall’attuale Ministro dell’Economia, dopo essersi chiuso nel 2007, tornerebbe dunque ad allargarsi allo 0,3% del PIL.
Un’ampiezza questa che è fisiologica da- ti i diversi criteri contabili che determinano i due saldi. Ma che riduce la corrispondenza tra l’azione sull’indebitamento e la politica, altrettanto importante, di riduzione del peso del debito. Non appare sostenibile, per la sproporzione tra le grandezze in gioco, l’ipotesi che la previsione del Governo sul fabbisogno sia originata dalla volontà di «mettere fieno in cascina» per far fronte a eventuali pressioni politiche legate alla realizzazione del federalismo fiscale.
1.2 Le esogene della previsione
Il commercio mondiale rallenta, nelle stime del CSC, dal 6,8% del 2007 al 6,2% del 2008 e al 6,0% del 2009. Queste variazioni incorporano una decelerazione particolarmente accentuata nella seconda parte di quest’anno, come fanno intravedere i dati di export dei principali paesi. Vi contribuisce anche il sensibile ripiegamento del prezzo delle materie prime, che impatta sul valore degli scambi. Il raffreddamento della domanda si estende, in misura contenuta, ai paesi emergenti, che rimangono un cruciale motore dello sviluppo globale: appena sotto il 7% in media il loro PIL nel biennio, dall’8% del 2006-2007. In particolare la Cina risentirà del venir meno degli sforzi economici per l’organizzazione delle Olimpiadi.
In tutti i paesi si avvertono le conseguenze ritardate dell’aumento del prezzo relativo delle materie prime, che hanno causato l’accelerazione del costo della vita, sottraendo slancio ai consumi e potere d’acquisto al circuito domanda-offerta. Non tutto il reddito trasferito ai paesi produttori ed esportatori di commodity viene rapidamente speso, anche se la quota è decisamente superiore a quanto osservato in analoghi episodi del passato.
La previsione del CSC sconta il rallentamento della crescita di tutte le economie, più marcato nell’eurozona. Soltanto nella seconda parte del 2009, con gli effetti della discesa del prezzo delle materie prime e del recupero del dollaro, l’attenuarsi delle turbolenze finanziarie e l’esaurirsi delle spirali recessive nel settore immobiliare, la crescita mondiale tornerà ai livelli del 2007, sostenendo nuovamente il commercio internazionale.
La previsione del CSC si basa su un prezzo del Brent che scende dai valori correnti fino a 90 dollari a barile a fine 2008 e poi rimane attorno a tale livello. Un livello che viene raggiunto dopo le violente oscillazioni provocate dalla bolla nata dallo spostamento di capitali in uscita dalle borse e in cerca di rifugio contro il cedimento del dollaro. Proprio per l’insostenibilità del trend speculativo già in Scenari economici n. 2 di giugno 2008 il CSC aveva indicato come significative le probabilità di un ritorno della quotazione sotto i 100 dollari al barile nel 2009. La bolla petrolifera è stata anch’essa figlia della crisi finanziaria, che ha così colpito le economie reali in modo meno diretto ma molto più dannoso del temuto credit crunch. Ha generato essa stessa la forza che ne ha provocato la fine, cioè la riduzione della domanda energetica nei paesi industriali. Ma lo scoppio è stato probabilmente accelerato dalla necessità di alcuni investitori di liquidare le posizioni per coprire le perdite subite in altri mercati mobiliari.
Rispetto alla media di quest’anno (107 dollari, +47% sul 2007) il calo è appena del 16% e solo del 7% in euro. Le ripercussioni immediate del brusco rialzo, fino al picco di oltre 146 dollari toccato in luglio, sui prezzi finali dei prodotti energetici hanno compresso la spesa e la fiducia delle famiglie e simmetricamente il parziale veloce ridimensionamento può favorirne un rimbalzo. Tuttavia, la quotazione resta elevata rispetto alla media già alta del 2006-2007 (70 dollari) e occorrerà del tempo perché venga metabolizzata dai sistemi economici. Il rientro del corso del greggio è in primo luogo il risultato di una decisa attenuazione (non la scomparsa) degli acquisti di natura finanziaria. Ma è legato nondimeno agli andamenti sul mercato fisico. Nel quale prosegue l’espansione della domanda (+1,0 milione di barili al giorno quest’anno e +0,9 il prossimo), che è stata pienamente coperta dall’offerta: il mercato è già tornato in equilibrio nel secondo trimestre 2008, grazie all’aumento della produzione OPEC. Il recente invito del cartello ai paesi membri a rispettare le quote fissate nel settembre 2007 implicherebbe una discesa della produzione giornaliera di 0,5 milioni di barili. Ciò porterebbe a una lieve carenza d’offerta nel quarto trimestre, ma grazie al profilo della domanda i primi tre trimestri del 2009 vedrebbero comunque un mercato ben fornito. In ogni caso l’Arabia Saudita ha fatto sapere di voler continuare a calmierare la quotazione.
La terza causa del ribasso del greggio è stata l’esaurirsi della spinta che veniva dall’indebolimento del dollaro, prima, e il rafforzamento della divisa USA, poi. Lo scenario di stabilizzazione della quotazione si basa sull’ipotesi che i tre fattori ribassisti si stiano esaurendo. Non sono basse le probabilità che l’azione di tali fattori, soprattutto quello finanziario, prosegua portando a quotazioni ancora più basse. Le quotazioni delle altre materie prime non oil seguono un profilo analogo a quello del petrolio. Sia per ragioni di contagio, legato agli impieghi energetici di alcune di esse, sia perché influenzate dai medesimi fattori, finanziari e non. Dopo aver fissato nuovi record nella prima parte del 2008, hanno innestato la retromarcia e registrato in alcuni casi forti ribassi. Questo andamento è favorito dal rallentamento dei paesi emergenti e dal superamento di temporanee carenze di offerta legate a condizioni meteorologiche. Nel confronto annuo le variazioni sono ancora nettamente positive, ma in diminuzione. L’indice Confindustria escluso petrolio in dollari segna un +10,3% tendenziale in agosto, dal +18,9% di marzo, e registrerà una variazione positiva anche nella media del 2008. Particolarmente forte la frenata dei cereali (+20,5% in agosto, da +71,5% a febbraio). L’incremento dei metalli nel complesso si è già quasi annullato (+0,8% in agosto), ma per l’acciaio (+13,7% in agosto) e lo stagno (+41,1%) il rincaro è ancora alto.
Nel 2009 le variazioni delle quotazioni delle materie prime alimentari mostreranno segni meno. Cali che vanno letti come correzioni dai valori eccessivamente elevati raggiunti nei primi mesi del 2008. Aumenti lievi, viceversa, si registreranno per vari metalli. L’economia americana cresce dell’1,8% quest’anno ma rallenterà vistosamente allo 0,8% il prossimo. Procede l’auspicata correzione degli squilibri statunitensi: da ormai cinque trimestri consecutivi il PIL cresce a ritmi ben superiori a quelli dell’assorbimento domestico, con una quota sempre maggiore di produzione rivolta a soddisfare la domanda estera e a sostituire beni importati.
Finora ciò è avvenuto evitando cadute recessive. Anzi, con un balzo del 3,3% sul trimestre precedente (dati annualizzati), il PIL statunitense nel secondo trimestre del 2008 ha superato le attese più ottimistiche, grazie alla tenuta dei consumi, aiutati dagli sgravi fiscali, e alla spinta delle esportazioni (+13%), mentre le importazioni (–7,6%) sono state penalizzate dalla domanda interna stagnante (+0,2%) e da prezzi meno competitivi. Tuttavia, il rischio di una flessione del PIL è alto e dovrebbe concretizzarsi tra la fine dell’anno in corso e l’inizio del 2009. Questo profilo spiega il tasso di crescita medio annuo minore l’anno venturo.
La debolezza è concentrata nella domanda interna, e in particolare nei consumi, che risentono del basso incremento dei redditi per il fiacco mercato del lavoro. Mentre si sta arginando la crisi immobiliare e tengono gli investimenti non residenziali. I margini di profitto sono sotto pressione e ai livelli più bassi da inizio 2004. Le imprese reagiscono aumentando la produttività. che accelera e crea le condizioni per la ripresa che si affaccerà nel secondo trimestre del 2009 e si rafforzerà nei seguenti, con ritmi di crescita che rimangono però sotto il potenziale.
Le incognite maggiori riguardano il mercato delle abitazioni, vero buco nero della crescita nell’ultimo biennio. I timori sono di un avvitamento con la crisi finanziaria, la sfiducia e l’effetto povertà dei consumatori.
Le ultime indicazioni sono incoraggianti: le vendite di nuove case sono salite in luglio, quelle di case esistenti oscillano da dieci mesi attorno agli stessi livelli, l’indice dei contratti stipulati ha smesso di scendere da dodici mesi, i prezzi delle abitazioni stanno trovando un pavimento (l’indice Case- Shiller scende negli ultimi mesi di mezzo punto percentuale, dopo i ribassi superiori al 2% registrati fino allo scorso marzo) e non appaiono più significativamente sopravvalutati.
Rimane, tuttavia, elevato lo stock di case invendute (pari a 10-11 mesi agli attuali ritmi di acquisti) e alimentato dai pignoramenti. L’arresto del calo dei prezzi, tuttavia, potrebbe essere sufficiente a invertire le aspettative, premessa della successiva ripresa. Dopo aver toccato il punto più basso degli ultimi 16 anni, la fiducia dei consumatori ha invertito il trend negativo in luglio e agosto. Preoccupa sia l’erosione el potere d’acquisto causata dai maggiori prezzi energetici sia la difficoltà a trovare lavoro.
L’occupazione è scesa in agosto per l’ottavo mese consecutivo, anche se finora a ritmi landi rispetto alle precedenti recessioni, ma è un indicatore ritardato. Il tasso di disoccupazione è salito al 6,1%, non lontano dal picco del 2003.
Dal lato dell’offerta, l’indice PMI di attività manifatturiera è rimasto in agosto a un livello (49,9) di stagnazione. Finora è stato sorretto dal buon andamento degli ordini esteri. In calo, invece, i giudizi sulla domanda interna e sull’occupazione. La capacità utilizzata è sotto la media di lungo periodo (77,7% in luglio contro 79,7%), ma lontana dal 71,5% del secondo trimestre 2001.
Nel 2008 il CSC stima all’1,3% la crescita di Eurolandia, dimezzata rispetto al 2007. Nel 2009 diminuirà ulteriormente allo 0,9%, nonostante sul finire dell’anno torni a ritmi vicini al potenziale.
L’economia dell’area attraverserà infatti un periodo prolungato di stagnazione prima e lento sviluppo poi. Sarà appesantita da molti fattori negativi per quasi tutto l’arco della previsione. Nonostante il recente ripiegamento, il prezzo del petrolio rimarrà elevato e continuerà a penalizzare le imprese dal lato dei costi e le famiglie nel potere d’acquisto. Sebbene in calo nei confronti del dollaro e delle valute asiatiche, il cambio dell’euro continuerà a frenare le esportazioni. Inoltre, la crisi finanziaria rischia di condizionare i piani di investimento delle imprese e i consumi delle famiglie, sebbene continuino a non manifestarsi segni tangibili di restrizioni del credito. Alcuni paesi (Irlanda, Spagna, Olanda e, fuori dall’euro ma parte rilevante del mercato UE, il Regno Unito) sono stati contagiati da bolle immobiliari perfino molto più grandi di quella americana e ora subiscono i contraccolpi del loro scoppio. La ripresa potrà svilupparsi pienamente soltanto nella seconda metà del 2009, quando si saranno realizzati parzialmente gli aggiustamenti necessari e si sentiranno i benefici della minore inflazione, del cambio meno forte e dei tassi più contenuti.
La debolezza congiunturale non è sorprendente ed è segnalata da vari indicatori. Da inizio 2008 la vivacità dell’attività economica nell’eurozona si è progressivamente ridotta, accentuando bruscamente il graduale rallentamento in corso dal secondo trimestre 2007. Le condizioni meteorologiche e il calendario pasquale hanno distorto l’andamento del PIL, drogandolo nel primo quarto e facendolo cadere nel secondo. Questi effetti sono stati particolarmente accentuati in Germania, ma hanno interessato tutti i paesi dell’area.
L’indice PMI relativo al settore manifatturiero è risultato ad agosto pari a 47,6, cioè per il terzo mese consecutivo sotto quota 50 che separa contrazione ed espansione. La flessione ha riguardato pressoché tutte le maggiori componenti dell’indice e tutti i principali paesi (più leggera in Germania, molto marcata in Spagna e Irlanda). Anche l’indice di sentimento elaborato dalla Commissione europea mostra in agosto un sensibile deterioramento tra le imprese sia industriali sia dei servizi. La fiducia dei consumatori, anche se in leggero rialzo ad agosto grazie al minor prezzo del greggio, è molto bassa: a –19 si colloca ben al di sotto della media di lungo periodo (–11) e lontana dal picco del maggio 2007 (–1). La maggiore preoccupazione proviene dall’andamento del mercato del lavoro. Sebbene in miglioramento, viene ancora considerata critica la situazione finanziaria personale e peggiorano sensibilmente le intenzioni di effettuare acquisti di rilievo. La cautela dei consumatori europei si rispecchia nell’andamento delle vendite al dettaglio che, in termini reali, sono in progressiva discesa dal novembre 2007, di pari passo con l’accelerazione dei prezzi al consumo. La diminuzione del tasso di disoccupazione, che era proseguita gradualmente ma costantemente per quasi tre anni, si è arrestata. Ad agosto, il tasso di disoccupazione è rimasto di nuovo fermo al 7,3% e il numero dei disoccupati è aumentato di quasi 300mila unità. Con la crescita dell’economia prevista ben al di sotto del potenziale, il tasso di disoccupazione comincia a salire nella seconda parte di quest’anno e nel 2009.
Tenendo conto del ritardo con cui reagisce alle svolte dell’attività produttiva, è improbabile che la domanda di lavoro aumenti significativamente prima della fine del prossimo anno.
Nello scenario CSC la BCE non attuerà nuovi interventi sul costo del denaro nei restanti mesi del 2008 e il tasso ufficiale risulterà pari al 4,1% in media d’anno (+0,3 punti percentuali rispetto al 2007). Il rialzo di un quarto di punto a luglio accentua la frenata già in atto e sottovalutata dai banchieri centrali, ma ha avuto successo nel far rientrare le aspettative di inflazione in Eurolandia già in agosto.
Anche l’andamento dell’offerta di moneta e di credito va nella direzione desiderata da Francoforte, pur restando molto sostenuto. La moderazione delle tendenze di fondo dei prezzi al consumo, misurata dall’inflazione core, sarà consolidata dal rallentamento dell’economia europea. E il previsto raffreddamento delle materie prime attenuerà la dinamica delle componenti energetiche e alimentari, nonostante l’euro meno forte. La conseguente riduzione della dinamica dell’inflazione complessiva a partire dalla fine del 2008 e verso il 2,5% a metà 2009 creerà lo spazio per un mini taglio di un quarto di punto nei tassi già alla fine del primo trimestre. Un ulteriore allentamento monetario per un altro quarto di punto verrà dal parziale allentarsi della crisi di liquidità nell’interbancario. L’Euribor giungerà al 4,5% a fine 2009. Il differenziale con il tasso BCE resterà di mezzo punto.
La prossima mossa della FED sarà invece al rialzo, dopo aver tenuto fermi i tassi al 2% fino a tutta la prima metà del 2009. Nella media del 2008 il tasso ufficiale si attesta al 2,3%, con una riduzione di 2,7 punti sul 2007. Iniziata la ripresa, nel terzo trimestre 2009 la FED opererà un aumento di un quarto di punto, al 2,25%, per contenere i rischi inflazionistici. Anche negli USA il tasso interbancario si riavvicinerà a quello ufficiale, un po’ più rapidamente che in Eurolandia; la riduzione del divario per circa quattro decimi di punto più che compenserà il rialzo del tasso ufficiale. Il differenziale con i tassi ufficiali di Eurolandia diventa negativo nella media del 2008 (–1,8%, dal +1,2% del 2007) ma tende a ridursi nel 2009. Il dollaro, dopo aver forato in luglio quota 1,6 per euro, ha iniziato a rafforzarsi per la prima volta dal 2001, arrivando a metà settembre sotto 1,39 (+15%). Ai movimenti della moneta statunitense si sono agganciati, come durante la sua fase ribassista, lo yen e lo yuan cosicché la moneta unica ha recuperato un po’ di competitività anche nei loro confronti. Nella media dell’anno il dollaro si attesta a quota 1,49 mentre nel 2009 il CSC prevede 1,35. Ma è noto che gli andamenti dei mercati valutari non sono né lineari né graduali e non è escluso che quel valore venga già raggiunto quest’anno e che nel prossimo sia superato. Sebbene il differenziale tra i tassi a breve offra il massimo vantaggio storico in favore dell’euro, la crescita stentata di Eurolandia e la performance migliore dell’atteso degli Stati Uniti hanno mostrato di contare di più perché detteranno il futuro orientamento delle politiche monetarie. Il dollaro inoltre beneficia del riequilibrio della bilancia commerciale USA, offuscato nella prima metà del 2008 dall’aumento della bolletta petrolifera; ma il saldo non-oil è nettamente diminuito e continuerà a migliorare grazie al differenziale di crescita con il resto del mondo e a un cambio che, seppur meno debole, rimane ultra competitivo.
